Di cani, gatti e orchidee in stato comatoso

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Su Facebook, oltre alle barzellette sulle donne complicate e alle vignette di Figures in Action, girano immagini di adorabili cuccioli corredate da perle di saggezza animalista come “Un cane ti ama anche se sei povero”
Per carità, è vero; ma il problema è che un cane ti ama anche se sei un serial killer.

Non è che il cane abbia un radar morale, al contrario. E’ geneticamente programmato per amare qualunque essere soddisfi i suoi bisogni primari, che fortunatamente sono molto semplici: mangiare e andare a passeggio.
Se poi ogni tanto gli si tira un frisbee, penserà di essere morto e andato in paradiso; infatti i cani si raccontano fra loro che, se saranno buoni, dopo la morte passeranno l’eternità in un giardino meraviglioso, in compagnia di cinquanta vergini lanciatori di frisbee professionisti.

Allora, meglio fare come il gatto, che schifa tutti a priori. Io mi sento molto vicina al modo di vedere il mondo del gatto.
Il gatto te lo devi conquistare, e soddisfare i bisogni primari è, appunto, solo il minimo sindacale. Non basta.
Se date a un gatto una ciotola di cibo, una cassettina per fare la pipì e una cuccia morbida per dormire, l’unica cosa che otterrete è che non vi graffierà (ed è già una grande conquista): quando vi vedrà, si limiterà a correre via facendovi il dito medio.

Ma se gli regalerete orchidee, gli offrirete cenette a lume di candela e scriverete una canzone per lui, ecco che il gatto vi amerà. No, d’accordo…ho fatto un po’ di confusione.
Le orchidee piacciono a me, tranne quelle senza gambo messe in una scatola di plastica trasparente, che mi sembrano la versione vegetale di Biancaneve dopo che ha morso la mela.

Ma insomma, quello che volevo dire è che il gatto, per affezionarsi a voi, pretende qualcosa di speciale: le scatolette solo della marca che piace a lui (che ovviamente è sempre la più cara e che vendono solo in un supermercato a 20 km da casa vostra), la cassettina per i bisogni messa dove piace a lui e che abbia l’odore giusto; se no, non mangia e vi piscia nel posacenere, e ancora dovete ringraziare che non faccia le valigie e vada a vivere dal vicino.

E comunque, quello che mi ha portata a cena dal kebabbaro deve ritenersi fortunato di non essere riuscito a farmi salire da lui, dopo, altrimenti gli avrei pisciato nel posacenere.

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Amici di penna

penpal

Incontri un ragazzo, sembra carino, sembra simpatico, ti chiede di uscire, gli dici di sì.

Uscite, passate una bella serata, sembra che anche lui si sia divertito.

A questo punto, le donne normali hanno di fronte due scenari possibili:
1) Lui non richiama. Evidentemente, non ha visto quello che abbiamo visto noi. Càpita.
2) Lui richiama e chiede di rivedersi.

Ma la vostra Pontomedusa, invece, incappa sempre in un terzo scenario: l’amico di penna.

L’amico di penna ti scrive un messaggio il giorno dopo, a volte persino la sera stessa, tu rispondi, e lui messaggia, messaggia, messaggia, ma non fissa mai un secondo appuntamento.

Ora, gli uomini sostengono di essere semplici, ma questa situazione dimostra che non è vero.
Io sì che sono semplice, e mi dico: se non ti piaccio, non ti fai più sentire. Se ti piaccio, mi vuoi rivedere.

L’unica spiegazione che mi do per l’amico di penna è che gli piaccio ma ha altre seghe mentali (gli piace anche un’altra, gli piace ancora la ex, sono troppo giovane, sono troppo vecchia, gli piacciono le ragazze more e io sono bionda, gli piacciono le ragazze con le gambe storte e io ce le ho dritte, gli piacciono i maschi e io sono una femmina).

Comunque, questo dimostra che gli uomini sono complicati quanto noi, quindi la devono smettere di pubblicare su facebook le barzellette sulle donne che dicono sì ma intendono no, che dicono che va tutto bene mentre invece va tutto male, etc.
Voi siete tali e quali, e con l’aggravante che noi non veniamo preavvisate dalle barzellette su facebook, e quindi siamo anche più svantaggiate di voi.

Comunque, al prossimo che mi chiede di uscire, dico che ho fatto le scuole con Flavia Vento e quindi non so scrivere.

Di robot, omicidi e Bruce Willis con la panzetta

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Oggi vi parlo di Surrogates, (Il mondo dei replicanti in italiano, bleah!), e come al solito ci saranno degli SPOILER, perché mi riesce un po’ difficile raccontare la trama di un film senza svelare, uh, la trama.

Dovete capire che forse non ho capito proprio tutto, perché ho l’attention span di un pesce rosso (5 secondi), io sono quella che durante il film dice: “Ma quello chi è? Ma loro non erano amici? Ma perché lei è andata lì?” Comunque, secondo me ci sono proprio dei punti oscuri, e ve li voglio enumerare.

Allora, in questo film uno scienziato ha inventato dei robot che si possono comandare da casa connettendosi a Internet. L’idea era nata per permettere ai disabili di avere una parvenza di vita normale, ma siccome gli esseri umani (e soprattutto gli americani strapponi mangia-BigMac) sono una banda di debosciati, neanche il tempo di dire “Sticazzi!” e tutti si sono comprati uno di questi surrogati e passano il tempo svaccati sul divano a vivere questa versione reale di Second Life.

Quindi diciamo che la premessa di Surrogates è veramente di un’originalità sconcertante (praticamente un mix di Blade Runner, Avatar, Gamer e altri cento film e libri che adesso non mi vengono in mente, sicuramente qualcuno di Dick, Dick c’entra sempre in queste cose), così come la ficcante critica sociale che sottintende: cioè, ci era arrivato prima Wall-E, è tutto dire.

wall-e

Ficcante critica sociale e simpatia, tutto in un solo film!

Ad ogni modo, uno dei vantaggi di questa vita per procura è la sicurezza: se il robot si danneggia, all’operatore (l’umano che lo controlla) non succede niente. Questo porta a diverse scene di surrogati picchiati che se la ridono, o che si buttano volontariamente dalle balconate, così, per divertirsi.
Ora, questa a me sembra chiaramente una fesseria: ammettiamo pure che i surrogati abbiano un costo medio, non irraggiungibile, visto che ce li hanno quasi tutti, ma comunque non può essere proprio l’equivalente di un pacchetto di sigarette, dato che esistono anche società che li affittano. Diciamo quindi che potrebbero costare come una macchina.
Ora, se a uno per sbaglio fai una righina alla macchina, quello scende, esprime una colorita opinione sulla professione svolta da tua madre in gioventù e se non cerca di trasformarti in un sosia di Fergie dei Black Eyed Peas è già grazie; e mi volete far credere che se a uno distruggi il surrogato a suon di pugni, quello si fa una risata? Hanno fatto tutti la Kasko? Ma va’!

Ad ogni modo, esiste anche una comunità di persone, guidata da un tale Profeta, che rifiutano questa vita tramite simulacri e vivono senza alcun tipo di macchinario, elettricità etc. Siccome ovviamente i surrogati sono tutti comprensibilmente fighi, belli e fotomodelli, ci sta che questi luddisti del ventunesimo secolo siano rappresentati come brutti. Ma come si immagina la bruttezza il bravo cineasta hollywoodiano?
La ciccia, ovvio! Infatti tutti questi tizi sono grassi, vanno da “panzone” a “gravemente obeso”. OK, ma questi vivono in un mondo senza elettricità, si spostano prevalentemente a piedi, coltivano il proprio cibo usando solo zappe e vanghe (quindi possiamo anche pensare che non mangino le merendine delle malefiche multinazionali ma ortaggi e al massimo proteine animali magre), come cavolo fanno a essere tutti dei ciccioni da strapazzo??

Ma sorvoliamo anche su questo, e cominciamo a far succedere qualcosa in questo film.
Due surrogati, un uomo e una donna, stanno limonando duro fuori da un locale quando un tizio in motocicletta li spataflescia con un’arma misteriosa. I surrogati si fondono, e vabbè, ma il vero colpo di scena è che vengono trovati morti anche i loro operatori.
Quello che controllava la donna era in realtà…un omone panzone! Mamma mia che ardito colpo di scena! A parte che anche questo si erà già visto in Gamer, persino qui, nell’umile 2014, lo sanno tutti che se chatti con una bella figa devi stare attento, perché può essere un maschio che ti sta trolleggiando. Ho scoperto che esiste persino un acronimo, G.I.R.L (Guy In Real Life).
Un vero colpo di scena sarebbe stato che il nerd che rifiuta di usare i simulacri fosse in realtà il simulacro di una patagnokka da competizione. Dice: e perché una patagnokka da competizione si dovrebbe fare un simulacro che sembra l’Uomo Fumetto dei Simpsons? Per esempio, per essere apprezzata per il suo cervello e non giudicata una scemetta solo per il suo aspetto, e tàc! vi ho servito anche la critica sociale di genere su un piatto d’argento. Ma poi dicono che devo fare l’alternativa femminista a tutti i costi e allora lasciamo stare anche questo.
E quindi andiamo avanti. L’altra vittima è il figlio dell’inventore dei surrogati, che confessa all’FBI che il robot in questione in realtà era suo, e lo aveva solo dato in prestito al ragazzo.
Fra l’altro, i due investigatori sono una figa spaziale e Bruce Willis col parrucchino biondo. Il mistero del parrucchino è presto svelato: anche questo è un surrogato, e il vero detective è Bruce Willis normale, cioè senza capelli e con la panzetta.

Come tutti i protagonisti che si rispettino, anche Bruce Willis ha il Trauma: un figlio morto in un incidente. La moglie ormai interagisce con lui solo tramite il proprio robot, e non esce mai dalla propria camera.
Più avanti, si intuisce che nello stesso incidente deve essere rimasta sfigurata, e per questo si rifiuta di farsi vedere anche dal proprio marito. E quando finalmente la vediamo, sapete cos’ha? Una sottile cicatrice su una guancia! Non bella da vedere, certo, ma anziché trentamila dollari di surrogato poteva spenderne trenta di fondotinta e avrebbe risolto lo stesso. Ad ogni modo.

Bruce Willis e Figa Spaziale, grazie al nerd di cui ho parlato prima, rintracciano il motociclista che, dopo avere causato un casino immane facendo precipitare un elicottero nell’unico posto dove la gente ancora va in giro col proprio corpo umano, si rifugia nella Zona degli attivisti anti-robot (è una specie di città nella città) e riesce a sfuggire a Bruce solo per farsi ammazzare dal Profeta, che gli ruba anche l’arma.

Il risultato del succitato casino immane è che il surrogato di Bruce viene distrutto, a lui viene data la responsabilità di quello che è successo (e che oltretutto ha causato attriti fra il governo e gli anti-robot) e quindi per castigo non gli daranno un robot sostitutivo.

Bruce, dopo le prime comprensibili difficoltà, decide di continuare le indagini per conto proprio e “in carne e ossa”. Ovviamente, vivere in un corpo cicciotto, preso a spallate da tutti per strada perché i suoi riflessi in confronto a quelli dei robot fanno ridere, provando dolore quando viene preso a pugni in faccia, gli fa capire quanto sia bella la vita vissuta senza l’intermediazione di una macchina.
Evvabbè.

Comunque, Bruce scopre che l’arma era stata creata dalla stessa società che produce i surrogati (e che ha estromesso l’inventore degli stessi dal consiglio di amministrazione quando costui ha osato fare presente che usare i robot per essere più fighi anziché uscire di casa è un po’ come usare la sedia a rotelle perché a camminare ci si stanca, ossia una fesseria), e che doveva semplicemente causare la distruzione delle macchine; solo che oh, avranno sbagliato qualcosa, e al primo collaudo si sono accorti che faceva morire anche l’operatore umano.
Senti, eh, errare umano e solo chi non fa non sbaglia! Infatti la cosa viene semplicemente messa a tacere e il progetto terminato.

Intanto, vediamo Figa Spaziale a casa sua: nella realtà, è la stessa attrice ma senza trucco, e col pancione (ma lei è incinta, non obesa). Mentre dorme, un surrogato non meglio identificato la uccide e prende il controllo del suo robot.
Il Profeta, a questo punto, ordina ai suoi discepoli di consegnare l’arma proprio a lei, giusto cinque minuti prima di essere ucciso. Ma, tadàn! Grande colpo di scena, anche il Profeta in realtà è un robot.
Ma allora, chi ci sarà dietro tutto questo? Sarà mica che una sola persona ha ordito questo piano per porre fine all’epoca della vita per procura e del BigMac a domicilio?

E sarà sì. Infatti, a comandare tutti questi simulacri è il professore che li ha inventati, e che adesso come sappiamo li odia perché ne è stata snaturata la funzione originaria.
Proprio per questo, la società che produce i robot ha cercato di ucciderlo con l’arma sperimentale, uccidendo suo figlio per sbaglio.
Il professore dopo la morte del figlio è un po’, diciamo, uscito pazzo, e quindi partendo dall’arma ha creato un virus che immetterà nel server centrale e causerà la morte immediata di tutti quelli connessi alla rete nel momento fatale.
Bruce Willis lo trova: grande scontro fra due sessantenni con la panzetta, vi lascio immaginare le scene d’azione. Comunque alla fine Bruce Willis vince, solo che il professore prima di morire è riuscito a installare il virus tramite il robot di Figa Spaziale.
Allora Bruce si connette allo stesso robot e, grazie alle indicazioni di Uomo Fumetto, riesce a incapsulare gli operatori, salvandoli, ma si rifiuta di fare la stessa cosa coi robot, causandone la distruzione globale.

Adesso. Vogliono farci credere che il nostro eroe abbia abbracciato le tesi del professore/Profeta ma, essendo Quello Buono, abbia trovato un modo per attuare la rivoluzione senza spargimenti di sangue.
OK, peccato che sia messo in chiaro fin dall’inizio del film che tutti si recano a lavoro tramite i propri surrogati. Pensate che ridere per quelli che si stavano facendo un’operazione a cuore aperto e il dottore, puff!, va per terra e tanti saluti. O per quelli che si trovano sotto tutti gli aerei che crolleranno quando il pilota verrà disattivato.

Ma invece il regista dice un bello “Stacce!” e ci comunica che nessuno si è fatto male, mentre vediamo tutta la gente che esce di casa in vestaglia (ma perché? non si potevano mettere qualche vestito del surrogato? vabbè, magari la taglia) e riscopre la propria umanità.

Fine. Sto piangendo. Ma non per il motivo che crede lei, Signor Regista.

Di Juda, il fratello perduto di Boy George

Oggi parliamo di un altro allievo della Scuola di Nanto.
Io comincio ad avere serii dubbi sulla natura di questa scuola, secondo me questi ragazzi non studiavano mica tanto, e per come sono venuti su devono anche avere subito dei serii traumi, tipo essere obbligati a portare il grembiulino fino alla seconda ginnasio.
Juda ne è la prova.

Sentiamo parlare per la prima volta di Juda quando Mamiya confessa a Rei che, quando era ragazza, fu rapita proprio da Juda e costretta a fare parte del suo harem.
Mamiya riuscì poi a scappare, tornando comprensibilmente sconvolta e traumatizzata.

Juda è dunque un bruto, un maiale, uno stupratore. Che aspetto avrà questo vomitevole esempio di maschilismo?

...ecco.

…ecco.

Juda è nel suo palazzo, a esaminare le sue schiave, quando nota che una ha cambiato pettinatura. Sconvolto per il fatto che abbia osato fare una cosa simile senza consultarsi prima con lui, che ha fatto il corso di parrucchiere a Fiumefreddo Bruzio, ordina di cacciarla dal palazzo e abbandonarla nel deserto.

Rei decide di uccidere Juda per vendicare Mamiya, ma si deve sbrigare, perché due puntate prima Raoh gli ha fatto il famoso colpo segreto che dopo tre giorni muori.
Juda, da valoroso e onorevole guerriero quale è, decide di usare l’antica Sacra Tecnica del Rimpiattino: continua a spostarsi di castello in castello, così ogni volta Ken e Rei arrivano dove pensano che Juda sia, ammazzano un po’ di crestoni assortiti, e poi scoprono che Juda non c’è, e nemmeno la cremeria, che quello stronzone è pure goloso e se l’è finita prima di andarsene.
In genere, a questo punto, Ken e Rei si esibiscono nell’antica tecnica del Kitemmuòrto.

Toki, che è il più saggio di tutti, capisce che non si può allungare il brodo per altre dieci puntate con questa storia della morte imminente, e allora offre a Rei un’alternativa alla Matrix: la pillolina blu lo farà morire immediatamente e senza dolore, la suppostona rossa gli allungherà la vita di qualche giorno, ma dovrà soffrire atroci tormenti.
Rei, che è un furbone, sceglie il suppostone rosso, e Toki procede. Finalmente abbiamo il tempo per fare esplodere qualche altra decina di crestoni qua e là.

Nel frattempo, Juda ha deciso che è stanco di giocare a rimpiattino: vuole rapire di nuovo Mamiya per fare soffrire Rei, che Juda odia intensamente, perché alla Scuola di Nanto gli rubava le matite per il trucco e le usava per disegnare i cazzi sul banco.
Juda sta per mettere le mani su Mamiya quando Rei arriva a salvarla: inizia il combattimento!

Da principio, Juda se le prende, ed è anche ovvio, perché è stato chiaro fin dall’inizio che sia una mezza sega.
Allora Juda, dimostrando come sempre di essere un guerriero guidato dall’onore e dalla correttezza, fa allagare il villaggio, in modo che il terreno si trasformi in sabbie mobili e impedisca a Rei di usare la sua tecnica basata sul gioco di gambe.
Ma Juda ha fatto i conti senza Ken, che è un po’ scocciato per il fatto che Rei gli abbia rubato la scena: è pur sempre lui il protagonista, che diamine!
Allora, per consolarsi, Ken ammazza due o tre cattivi e blocca l’acqua spostando un masso con il dito mignolo. Poi, si gira a guardare il tramonto sussurrando “Ciupa!” E l’azione torna da Rei e Juda.

Adesso che il flusso d’acqua si è interrotto, Rei può raccogliere tutte le sue forze e saltare fuori dal fango, facendo definitivamente il culo a Juda, com’è giusto che sia.
Juda, in punto di morte, ammette di avere sempre trovato Rei la cosa più bella che abbia mai visto, e tutti noi a casa diciamo: “Capirai che sorpresa! Non si era intuito!”

Comunque, Juda muore. Poi, muore anche Rei. Ma niente paura perché, dopo una squallida puntata composta da spezzoni di vecchi episodi, arriva Souther, e tutto si rischiara.

Di sopravvivenza, boy scout e scarafaggi

Adesso vanno di moda i programmi sulla sopravvivenza. Cioè, dei tizi vengono abbandonati in un posto dimenticato da Dio (di solito lanciati da un elicottero, che fa più estremo) e devono sopravvivere finché non ritrovano la civiltà.

Ovviamente, i protagonisti di queste trasmissioni non sono ragionieri con la panzetta e l’abbronzatura fosforescente (cioè così bianchi che brillano al buio): sono sempre ex Marines, ex Swat, ex qualcosa.

Bear Grylls, il santo patrono di questa categoria, è un ex boy scout, per dire.
Io in realtà ho questa idea dei boy scout che vanno a fare le gite in montagna e passano le serate intorno al fuoco cantando “Quel mazzolin di fiori”, e raccontandosi le barzellette (ma non quelle sporche, che i boy scout di base sono un gruppo di ispirazione cristiana).
Ma sicuramente quelli che ho in mente io sono i boy scout italiani: evidentemente i boy scout inglesi passano i weekend a scuoiare capre con il solo aiuto di un coltellino svizzero e ad essere istruiti sul contenuto proteico dello scarabeo stercorario.

Sì, perché la principale caratteristica di Bear Grylls è che ad ogni puntata, per contratto, deve mangiare almeno un insetto o generico artropode.
Lui magari sta in un paradiso pieno di palme da dattero, alberi da frutto, cespugli di more, eppure sostiene di avere assolutamente bisogno di proteine per andare avanti, e l’unica fonte di proteine che riesce a trovare è, regolarmente, un insetto.
Se per caso trova uno scoglio ricoperto di telline, cozze e vongole, sosterrà di non poterle assolutamente mangiare perché hai visto mai che ci sia la salmonella in questi frutti di mare raccogliticci, e si butta sul primo scarafaggio che passa di lì.
Su cosa beve per accompagnare il lauto pasto, preferisco stendere un velo pietoso; sappiate però che fa rima con Mimì.

"La parte migliore dello scarabeo stercorario è lo sterco: lega benissimo con l'aroma fruttato della Mimì!"

“La parte migliore dello scarabeo stercorario è lo sterco: lega benissimo con l’aroma fruttato della Mimì!”

Contento lui. Ma perché a noi piace guardarlo?
Forse perché l’uomo primitivo che c’è in noi si ribella a questo mondo in fondo facile, dove la selvaggina si compra già macellata in pratiche vaschette di polistirolo e la cosa più vicina ad un duello che ci può capitare è fare il dito medio a uno che ci ha tagliato la strada in macchina.

E forse, lanciarsi dagli elicotteri e nutrirsi di scarafaggi a volte sembra meno logorante delle code in tangenziale e delle preoccupazioni per il mutuo.

Di segreti, beata ignoranza e zoofilia

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Se siete timidi, le ricerche fatele con Google. Google sa mantenere un segreto.

Dovete infatti sapere che WordPress mi permette di vedere come i visitatori sono arrivati al Blog (con la B maiuscola, che il Blog di Pontomedusa è Uno e Supremo) e, nel caso di motori di ricerca, in teoria dovrebbe dirmi anche quali sono le parole cercate.
In teoria: perché Google è un motore di ricerca riservato, che rispetta la privacy, e oscura le chiavi di ricerca.

Capirete che per una povera Aspirante Blogstar (sempre maiuscolo, come Turris Eburnea, Rosa Mistica, Stella Maris) questo è un bel guaio.
Mi farebbe comodo sapere cosa cerca la gente che finisce sul mio blog: “Souther Hokuto No Ken” è una buona chiave, significa che è arrivato un visitatore che potrebbe davvero trovare il blog interessante e iniziare a seguirlo; “Ricetta Scarafaggio Alla Marocchina” invece è brutto segno, la persona in questione cercava tutt’altro ed è capitata sul Blog per una casuale combinazione di parole sparse nei vari post, e probabilmente se ne è andata subito per non tornare mai più (anche se una persona che ha in mente di cucinare scarafaggi per cena potrebbe trovare dei punti di interesse qui; è proprio sicuro di volere andare via, Signor Cuoco di Scarafaggi?).

Capirete quindi che questo fatto delle chiavi di ricerca oscurate mi fa girare le palle turba un po’; almeno, è stato così fino ad oggi, quando qualcuno è arrivato con una ricerca tramite Virgilio e ho quindi potuto vedere cosa cercava: “Racconti Oggi Ho Fatto Un Pompino Al Mio Cane”.

Ora: i Racconti sono i miei, il Pompino è quello metaforico dei Liebster Awards e il Cane è quello di Bastianich che mi ha mangiato il manoscritto, ma il punto è che, sapendo che in Italia c’è uno zoofilo amante dei racconti erotici, ho perso quasi tutta la fiducia nell’umanità in quanto tale, e l’idea di una bella Apocalisse con annessa fine del mondo mi sembra parecchio invitante.

Adesso capisco che l’ignoranza è beata, e ringrazio Papà Google che mi nasconde chissà quali scempi per non bloccarmi la crescita.

Di vestiti, proposte e donne nude

Sono incappata (non diciamo come) nella pubblicità di un tutorial che prometteva agli uomini di insegnargli come convincere le donne a spogliarsi in cam; invece tempo prima avevo visto una cosa mooolto simile (secondo me li fa la stessa società) per insegnare alle donne come rendere un uomo ossessionato da loro.

A parte che io un uomo ossessionato non lo vorrei. Voglio dire, sono quelli che poi ti aspettano sotto casa con la katana, ma non per convincerti a fare il cosplay della Sposa di Kill Bill.
Ma probabilmente, le donne che sognano di avere un uomo ossessionato da loro lo vedono proprio come il primo passo per diventare una sposa; però non quella con la tutina gialla, ma quella con l’abito bianco.

Perché alla fine, la donna di oggi lavora, paga i suoi conti, va dove le pare da sola, ma alla fine della fiera il suo unico vero desiderio è un uomo che la porti a Parigi, si inginocchi offrendole un mazzo di rose rosse con una mano e un anello con un brillocco da quattro etti con l’altra, e la supplichi di diventare sua moglie.
Lo ammetto, è anche il mio sogno. La cosa più bella di tutta la faccenda sarebbe rispondere “Puppa!”, ovviamente solo dopo avere intascato l’anello col brillocco (e lo sanno tutti che i regali non si chiedono indietro, è una cosa da parvenus).
Ma la maggior parte delle donne non ragiona come Pontomedusa (che d’altra parte, ha raggiunto questo livello superiore di coscienza solo di recente).
Non è colpa loro: da bambine hanno giocato con Barbie Sposa, o al massimo con Barbie Fiori di Pesco, e siccome il XVIII secolo è passato da un bel pezzo, l’unica occasione per indossare un abito come quello di Barbie Fiori di Pesco è a un matrimonio. Il proprio.

fiordipesco

Per andare al bowling in effetti è un po’ eccessivo.

Da ragazzine, invece, hanno visto Pretty Woman. Per vestirsi come Pretty Woman non è necessaria un’occasione particolare, ormai vedo tizie conciate più o meno così anche al supermercato, tuttavia questo film contiene la Scena Primaria: l’uomo che si precipita sotto casa tua, con la katana con le rose (alla fine è una versione family-friendly) e, rendendosi terribilmente ridicolo, ti fa La Proposta.

Perché alla fine, pensateci bene, le donne non sono veramente interessate al matrimonio stesso: infatti, appena raggiunto l’obiettivo, cominciano subito a lamentarsi e a domandarsi perché mai si siano sposate.
No, alle donne del matrimonio interessano solo due cose: la Proposta e il Vestito. Pretty Woman e Barbie Fiori di Pesco.
La prova è quella trasmissione in cui delle tizie devono scegliere l’abito da sposa: quando trovano quello giusto, scoppiano a piangere e cominciano a singhiozzare, “E’ lui! E’ lui!”
Scommetto che quando hanno conosciuto il futuro marito non hanno fatto tutto questo cine.

Invece, cosa vogliono gli uomini? Le donne nude. Le donne nude e…No. Basta. Le donne nude e basta.
Meglio delle donne nude, ci sono solo le donne nude gratis.