Di simpatia, lavapiatti e bestemmie in urdu

lavapiatti_p

Io odio quei ristoranti in cui appena arrivi il personale ti dà del tu, ti prende a pacche sulle spalle, anziché portarti il menù ti consiglia la specialità della casa e se tu vuoi qualcos’altro si incazza.

Magari ti consigliano la fiorentina, ma tu sei vegetariano. O gli gnocchi ai quattro formaggi, e a te il formaggio fa vomitare.
Poi propongono antipastini, contorni, come se ti avessero invitato a casa loro: “Vi porto anche una focaccia? Ci mettiamo anche due verdure grigliate? Anzi, facciamo tre.” E, esattamente come se fossi un loro ospite invitato a cena, si offendono se dici di no.
Ma è solo un’illusione, ovviamente: in questo modo non si capisce mai il prezzo di quello che ordini, e quando arriva il conto è troppo tardi. Praticamente, l’ultima frontiera del guerrilla marketing.

Eppure molti, a questo trattamento, pensano: “Minghie, sono troppo amico del proprietario, e sono solo cinque minuti che lo conosco!”
E ti consigliano il posto in questione dicendoti che il personale è troppo simpatico, mentre per me è simpatico come un dito in culo, e pure cafone.

D’altronde, questo è un modo di fare tipico dei ristoratori del Sud Italia, e invece Pontomedusa si è sempre trovata benissimo in Danimarca e Regno Unito, dove la gente ti saluta (educazione) ma poi ti tratta come quello che sei, un cliente, ti chiede cosa vuoi, te lo porta, si fa pagare il conto, e fine.

Certo, sono anni che non vado più a Londra, e forse adesso con tutti i pakistani e italiani che ci si sono trasferiti di recente (fra l’altro, spesso condividendo lo stesso ecosistema) le cose saranno cambiate.

I pakistani ci vanno per lavorare, gli italiani per “imparare l’inglese”: ma siccome l’inglese, appunto, non lo sanno, l’unico lavoro che trovano è lavapiatti in un ristorante italiano, e con uno stipendio così l’unico alloggio che riescono a trovare è in un caseggiato occupato solo da immigrati pakistani.
Quindi dopo tre mesi tornano da mammà con la coda tra le gambe avendo imparato solo “Uozziorneim”, “Fucking Dago” (ma non sono ancora sicuri di cosa voglia dire) e un paio di bestemmie in urdu.

Di treni cinesi, polli vivi e gerle

Se vi capiterà di trovarvi in Cina, è possibile che abbiate bisogno di prendere un treno. Allora, dovete sapere che in Cina esistono principalmente tre tipologie di treni, ognuna contrassegnata da una lettera:

g train
E’ figo e sa di esserlo.

G: è il treno ad alta velocità più moderno (e più costoso). Nella prima classe, addirittura, le hostess vestite da angelo, complete di ali di cartapesta, vi intratterranno suonando l’arpa e cantando. Purtroppo, canteranno con il tipico stile cinese, fatto di miagolii simili al rumore di unghie sulla lavagna. Ma non è che potete sempre lamentarvi, oh.

Se si mette su carino, fa ancora la sua porca figura.
Se si mette su carino, fa ancora la sua porca figura.

 D: è il primo treno ad alta velocità introdotto in Cina. Diciamo che è decente, senza grandi lussi, ma migliore di molti treni italiani. Insomma, le lampadine non esplodono e il water non è un buco nel pavimento attraverso il quale potete vedere i binari che scorrono sotto di voi. Come capita invece sul…

E dentro è ancora peggio!
E dentro è ancora peggio!

 K: anche chiamato treno dei polli, perché i frequentatori abituali di queste linee, vecchie e economiche, sono esponenti della “vecchia Cina” che spesso trasportano enormi fagotti (esatto, non borse o valigie, fagotti) e anche gabbie piene di polli vivi. Una volta ho visto persino un tizio con una gerla, e credo fosse la prima volta che vedevo una gerla in vita mia: voglio dire, la gerla è una di quelle cose che trovi nominata nei libri di lettura delle elementari o nei rebus della Settimana Enigmistica, chi ne ha mai vista una dal vivo? Solo in Cina.