Politiche sociali

Genere: Horror psicologico

Avvertenze: Tematiche forti

slum

Ho aderito al programma.

Ho compilato la domanda in carta semplice e l’ho consegnata all’Ufficio Politiche Sociali. Mi hanno detto che avrei avuto la risposta entro una quindicina di giorni, ma la raccomandata che mi comunicava che ero stato accettato è arrivata dopo una sola settimana.

Ieri sono venuti a prendermi.
Il pulmino si è fermato davanti alla nostra baracca; Amy, che stava giocando fuori con certe lattine vuote che aveva trovato (ha la passione per le lattine di zuppa, quella bambina, forse perché le rare volte che in casa ne entra una piena è come se fosse Natale) è corsa dentro a chiamarci.
Rachel era seduta ad allattare Jamie. Cerca di farlo più che può, perché almeno il suo latte è gratis, ma ormai il bambino avrebbe bisogno di cibi solidi. È piccolo, per i suoi dieci mesi.
Rachel è impallidita, e mi ha guardato. Sapeva che sarebbe successo, ma forse sperava non così presto. Io invece, non voglio dire che non vedessi l’ora, ma aspettavo con impazienza perché sapevo che l’assegno sarebbe stato consegnato contestualmente alla mia partenza.
Infatti, l’assistente è entrato in casa, ha controllato la mia identità e ha dato l’assegno a Rachel. Con quella cifra, dovrebbero riuscire a tirare avanti come si deve per parecchi anni.
Prima di seguire l’assistente, ho salutato la mia famiglia. Un semplice “ciao”, senza abbracci e smancerie. Non volevo lacrime, e poi avevo paura che tutta la mia determinazione sarebbe andata a farsi benedire se Rachel mi avesse stretto a sé e guardato con quegli occhi grandi di dolore.
E poi, sono salito sul pulmino.

Gli altri passeggeri erano tutti come me, più o meno. Quasi tutti uomini, solo un paio di donne, tutti vestiti meno che dignitosamente, alcuni senza espressione, molti con un’aria preoccupata. Due o tre piangevano.

Siamo arrivati al Centro che era quasi buio. Dopo la registrazione, ci hanno portati al refettorio e ci hanno servito la cena. Non mangiavo così bene da anni. A dir la verità, ero così disabituato a mangiare un pasto completo che, appena entrato nella mia stanza, ho vomitato tutto in una bacinella. Ma non si deve vedere sempre il lato negativo delle cose.

Divido la stanza con altri due uomini, Jake e Aaron.
Qui è tutto diverso: muri bianchi, pulizia estrema, letti morbidi. Ci hanno anche dato dei pigiami di cotone, puliti e in buone condizioni, al posto dei nostri stracci. Decisamente si sta meglio qua che nella mia baracca di lamiera. Solo, penso spesso a Rachel, Amy e Jamie. Mi mancano, ma so che adesso staranno bene, e questo è l’importante.
Non sono più abituato non solo alla pulizia e alle comodità, ma anche a non dovermi preoccupare. Preoccuparmi di mettere insieme il pranzo con la cena, preoccuparmi che uno dei bambini si ammali e di dovermi procurare le medicine, preoccuparmi che mentre non ci sono qualche sbandato che popola il nostro slum si infili in casa e faccia del male alla mia famiglia.
Le giornate passano lente: guardiamo la televisione, leggiamo, chiacchieriamo.
Jake fa fatica a compitare anche un articolo di giornale, e allora per una o due ore al giorno lo aiuto a migliorare le sue capacità di lettura, scegliendo dei testi semplici. Aaron, invece, sembra avere visto tempi migliori. Mi ha raccontato, in effetti, di essere un ingegnere, ma anni fa è stato licenziato dopo essere stato ritenuto responsabile di un incidente allo stabilimento in cui lavorava. E da lì, ovviamente, la strada per le baracche è stata breve. È una storia che conosco molto bene.

Sto ingrassando, mi pare. Il vitto al Centro è delizioso; o forse, sembra delizioso paragonato alla minestra di patate marce recuperate al mercato dopo che i venditori se ne sono andati, lasciando solo immondizia e merce troppo sciupata per essere ancora offerta l’indomani.
Oggi l’infermiera mi ha fatto un prelievo di sangue. Ammetto che sono un po’ preoccupato: se dovessero trovare qualcosa che non va, mi rimanderebbero a casa e Rachel dovrebbe restituire l’assegno. Le avevo detto di aspettare almeno una settimana prima di incassarlo, ma ho paura che non ce la faccia senza quei soldi. D’altra parte, l’Ufficio Politiche Sociali consegna l’assegno immediatamente perché quella gente sa che molti si rifiuterebbero di partire dietro la semplice promessa di un successivo pagamento. È anche vero che quelli rimandati indietro sono pochi: quelli come noi, indeboliti dagli stenti, se si beccano l’epatite o qualche altra porcheria durano veramente poco. La maggior parte di noi ha semplicemente dei problemi legati alla malnutrizione, che si risolvono con qualche pasto sostanzioso. Parecchi hanno perso alcuni denti, è vero, ma i denti qui al centro non servono.

Oggi hanno convocato Jake. L’infermiera è entrata, ha letto il suo nome da un elenco, e gli ha chiesto di seguirla.
Jake era vicino a me; stavamo leggendo. Da principio, si è limitato a fissare l’infermiera con sguardo vuoto; poi, si è girato verso di me, e nei suoi occhi ha cominciato ad emergere qualcosa. Gli ho fatto un cenno con la testa, e lui si è alzato e si è diretto verso l’infermiera, con movimenti goffi e meccanici. Poi, quando è arrivato a un metro dalla porta, si è voltato, è corso alla finestra, e ha cercato di buttarsi giù.
Due guardie sono comparse come dal nulla, lo hanno afferrato, e lo hanno portato via. Stasera, io e Aaron a cena non siamo riusciti a mangiare granché.

Le mie analisi sono a posto, come immaginavo. Dovrei essere contento: Rachel e i bambini staranno bene. Ma quando penso a Jake, la contentezza si offusca un po’.

Oggi Jake è tornato. In teoria lo sapevamo, quasi mai la prima convocazione è quella definitiva, tuttavia devo ammettere che non me lo aspettavo.
È molto pallido e non può mangiare, lo nutrono per endovena, e non riesce a alzarsi dal letto. Gli ho chiesto se voleva che leggessimo insieme, ma mi ha risposto che oggi non se la sente.

Hanno convocato Aaron. Quando lo hanno chiamato, ha gettato un’occhiata a Jake che è ancora immobile nel suo letto, ma non so se quella vista possa avergli aumentato il coraggio o la paura. Comunque, si è anche sforzato di sorridermi prima di andare via.

Oggi tocca a me. Convocato. Rachel. Amy. Jamie. Vi voglio bene.

Sono tre mesi ormai che siamo qui. Dopo l’ultima convocazione, Jake non è più tornato.
Aaron è stato richiamato solo un’altra volta; evidentemente, il suo gruppo sanguigno non è molto comune. Però è stato sfortunato: nella seconda convocazione, gli hanno preso le cornee. La cosa peggiore è che non ti dicono prima cosa ti tolgono, per evitare che ti faccia prendere dal panico del tutto, caso mai avessero deciso che è il turno del cuore; e così, semplicemente si è svegliato e ha scoperto che non vedeva. All’inizio sperava che lo avessero solo messo in una stanza buia, ma chiaramente cercava di illudersi, perché ci tengono sempre in camere illuminate a giorno per facilitare il lavoro delle infermiere e dei medici nell’assistenza post-operatoria. Quando ha capito, o meglio, quando ha accettato la realtà, mi ha raccontato di avere pianto al pensiero che non avrebbe mai più potuto rivedere il viso della sua bambina. Poi gli è venuto in mente che non lo avrebbe rivisto in ogni caso, e si è come rasserenato.
Io sono stato convocato già quattro volte: rene, midollo, metà fegato e un polmone. Sento che ormai il mio organismo sta cedendo: le capacità di adattamento del corpo umano possono arrivare fino a un certo punto, e anche senza le menomazioni, già solo così tanti interventi in un tempo così breve possono risultare letali per molte persone.
Pochi riescono a superare la quarta convocazione, ma per come sono ridotto credo proprio che la quinta sarà l’ultima, anche se non dovesse essere per il cuore.
Ma Rachel, Amy, Jamie staranno bene.

Rachel. Amy. Jamie. Vi voglio bene.

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8 Comments

  1. Se posso, un consiglio critico personalissimo.
    Bella l’idea, ma una maggiore descrizione dei luoghi sarebbe maggiormente figurativa e darebbe quella “mordenza” in più. Non lo so: non riesco ad immaginare i capelli di Amy. Non so se ti sei imposta limiti di battute, ma in caso contrario, avrei ‘visto’ cose che pur sforzandomi non sono riuscito a vedere.
    Riflessione interessante, comunque, sulle politiche sociali.
    Just my 2 cents.

    Voltando pagina: hai mai letto “Repo Men”?

      • L’avevo percepita come scelta, data la linea costante che hai mantenuto fino alla fine.
        Personalmente, non sono un sostenitore del vedo-non-vedo, mi piace piuttosto il dettaglio che identifica nettamente i profili.
        Aggiungo che oggi, purtroppo, il panorama letterario nostrano è fatto troppo di saghe storiche e di eroi che tutti vorremmo essere. Sarò anacronistico, ma trovo il lago della produzione commerciale troppo torbido. Apprezzo invece spunti come il tuo, in un certo senso specchio estremo di una certa condizione sofferta e purtroppo generalizzata.
        Non parliamo di poesia poi. Abbiamo bisogno di freschezza, per cui ti dico brava. Capisco il punto, ma non piegarti a certi assiomi. 😉

        Tu scrivi, che un lettore ce l’hai di sicuro. 😉

  2. Angosciante e distopico.
    Più lettura da mercoledì pomeriggio che da lunedì mattina (giusto per continuare con i consigli non richiesti)…
    Se questo stile ti appartiene, fallo ancora più tuo e scarnificalo senza pietà. Trovare la propria scrittura è fondamentale per raccontare in modo convincente e avvincente.
    Modesto parere personale, of course!

  3. Bella l’idea, interessante la realizzazione. Ho l’impressione che, visto che è un racconto in italiano, usare nomi inglesi “allontani” la storia dalla sensibilità del lettore e ne riduca l’impatto, e che il finale sia troppo “debole” e ripetitivo, ma sono cose che non tolgono valore alla storia

    • Benvenuto!

      I miei racconti in genere sono pubblicati sia in italiano sia in inglese, quindi il problema quando i personaggi hanno nomi italiani esiste uguale e contrario nella versione inglese. Sinceramente mi stranisce di più leggere nomi italiani nella versione inglese. La situazione descritta poi vuole essere universale, e i nomi inglesi mi danno di più l’impressione di universalità (sarà provincialismo :P)
      Se per “finale ripetitivo” intendi l’ultima frase…volevano essere delle “arc words”. Sul debole non so. Finisce banalmente perché la situazione descritta in quel mondo è banale…non c’è nessun eroe che lotta per salvarsi o distruggere il sistema, il tema è l’orrore che è diventato quotidiano ed accettato anche dalle vittime.

      Torna a trovarmi ogni tanto se vuoi, in genere il tono del blog è più allegro 😉

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