Di gufi, prosciutti di Parma e simbolismo

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Avete visto I know who killed me? No? Beati voi. Io invece sì, quindi tanto vale che ve lo racconti. Se proprio ci tenete a passare due ore con la tentazione di versarvi candeggina negli occhi, non leggete che ci sono gli SPOILER.

La prima inquadratura è l’esterno di uno strip club, con l’insegna al neon a forma di donnina a cui si accendono e si spengono un braccio e una gamba. Sembra ‘na strunzata, ma questo poi è importante nel film. Per il SIMBOLISMO. Fate attenzione perché non ci libereremo del SIMBOLISMO per tutta la durata della porcheria opera.

Nello strip club, Lindsay Lohan si struscia contro un palo con una sensualità pari a quella di un prosciutto di Parma appeso a stagionare. Lindsay è vestita (si fa per dire, avrà addosso 10 cm quadri di stoffa a dire tanto) di rosso, e pure questa sembra ‘na strunzata ma è di fondamentale importanza. Quindi tenetelo a mente.
Mentre sfiora il palo con la mano, il dito medio lascia una scia di sangue. E’ importante che sia il dito medio. Prendete nota!

Una sensualissima performance di Lindsay Lohan

Una sensualissima performance di Lindsay Lohan

Cambio scena: siamo in un liceo, Lindsay è diventata una studentessa modello. Con un’iconografia degna dei Puffi, questo suo stato è rappresentato dall’avere gli occhiali. Stavolta è vestita di blu (tenete a mente, tenete a mente!). Fra parentesi, vi faccio notare che all’epoca del film Lindsay aveva 29 anni e ne dimostrava 35. Ci verrebbe quindi da pensare che sia pluri-ripetente e dunque non molto in gamba, ma ovviamente gli occhiali ci fanno capire che ci sbagliamo, e ci invitano a sospendere l’incredulità.
Noi ci proviamo, ma l’incredulità fa di nuovo capolino quasi subito, quando Lindsay comincia a leggere una porcheria di racconto, e tutti i compagni la ascoltano rapiti. Ora, se vi ricordate un po’ come eravate ai tempi della scuola, saprete che c’è chi chiacchiera, chi guarda  le tette alla compagna, chi disegna cazzi sul banco, e nessuno presta mai attenzione a una gran cippa. Non ascolterebbero in rispettoso e ammirato silenzio nemmeno se arrivasse Umberto Eco per una lettura del Pendolo di Foucault, figuriamoci ‘sta scemenza di racconto che cercano di propinarci come alta letteratura.

Ma, oh, ci dobbiamo crederci. Adesso Lindsay, che nel film si chiama Aubrey, sta suonando il piano. La telecamera indugia sul piede che preme il pedale e sulla mano che suona (sottilissimo SIMBOLISMO! Poi capirete). Aubrey si distrae vedendo alla finestra un giardiniere dalle fattezze bovine che cerca di attirare la sua attenzione, e il professore (che porta un anello blu) la sgrida e le ricorda che il Gran Premio di Stocazzo arriverà presto, e lei non è sufficientemente preparata. Aubrey spiega che vuole lasciare la musica per concentrarsi sulla scrittura (ma davvero Aubrey, lascia stare e piuttosto iscriviti a un corso di nausea) e l’insegnante di musica si inalbera, sostenendo che sta sprecando un talento. L’incredulità torna a fare capolino ma noi, pieni di buona volontà, la soffochiamo.

Aubrey adesso è nella sua cameretta, ovviamente tutta blu. Capiamo che è davvero una scrittrice fatta e finita, poiché accanto alla scrivania ha una bacheca ricoperta di post-it su cui ha scritto appunti di trama. Mica come Pontomedusa, che scrive sul divano col computer sulle ginocchia alla come-le-viene.
Sta continuando la storia di prima, che a quanto pare parla di una persona che si sente come se le mancasse metà dell’anima (tenetelo a mente! In questo film è tutto studiato).

Il giorno dopo, nel cortile della scuola, il fidanzato di Aubrey (vestito di giallo. Lo vedete il profondo SIMBOLISMO? Lo vedete? Lo vedete??? Sembra di sentire il regista che implora) le regala una rosa ovviamente blu, e lei si punge, ovviamente il dito medio. Vi state segnando tutto?
Mentre la camera si allontana, vediamo un pannello a cui sono attaccati diversi volantini di ragazze scomparse. Oh! Finalmente comincia il thriller!

Infatti, vediamo i reporter che assediano lo sceriffo per fargli domande a proposito di una ragazza trovata morta. Si tratta di un serial killer? Lo sceriffo fa presente che per definizione un serial killer dovrebbe ammazzare tanta gente, e questo è il primo cadavere che hanno trovato. I giornalisti ci rimangono, giustamente, demmérda.

Aubrey è a lezione di biologia a dissezionare vermi, e qualcuno racconta che, tagliando un verme a metà, i vermi diventano due. Vi siete segnati anche questa? Bravi, perché è importante.
Il suo fidanzato cerca di palparla e lei gli dice che una rosa blu non basterà a farle aprire le gambe il suo cuore. Lui, fermo a una dinamica fra i sessi da anni ’50 (intendo 1750) prova a circuirla dicendo che la ama, ma lei non ci casca.
Arriva il preside per dare la notizia del ritrovamento del cadavere della ragazza scomparsa, che ovviamente frequentava la scuola.

Ed eccoci all’autopsia della povera malcapitata. Il killer le ha rimosso una gamba e una mano (gamba! mano! ricordate?) e non so come il coroner sa che prima di amputare tutta la mano l’assassino ha rimosso il dito medio (dito medio! ricordate?). L’assassino ha lasciato tutti i pezzi impacchettati insieme? Mah.

Aubrey arriva a casa con la sua macchina blu, stuzzica un po’ il giardiniere in una scena che vorrebbe essere sexy ma perpetua l’effetto-prosciutto-di-Parma, e poi se ne va facendogli il dito medio (dito medio!), la stronzetta.

La sera, c’è la partita di football della squadra della scuola. Le maglie della squadra sono blu, e il nome della squadra è I Gufi (anche questo tenetelo a mente!). Aubrey è tra il pubblico con delle amiche, a fare il tifo per il suo ragazzo.
Dopo la partita, Aubrey si separa dalle amiche e scompare. Finalmente! Comincia a succedere qualcosa in questo film!

Aubrey è imbavagliata (con un bavaglio blu, ovviamente) e legata a una specie di tavolo operatorio. Il killer le fa ingoiare una pillolina blu e poi tira fuori un parallelepipedo fumante, e Aubrey comincia a gridare.
Qua mi sento di spezzare una lancia a favore della ragazza e ammettere di averla sottovalutata, perché io per capire che ‘sta roba era ghiaccio secco sono dovuta andarmi a cercare la spiegazione su internet, invece lei lo ha riconosciuto a prima vista ed è anche stata subito in grado di prevedere i danni che può causare ai tessuti umani. Perché, diciamoci la verità, “ghiaccio secco” non è un concetto che in sé evochi immediatamente dolore, paura e terrore.

A casa di Aubrey, la polizia interroga i genitori e controlla il suo computer per capire dove sia sparita.

A casa del maniaco, la mano di Aubrey è bloccata fra due pezzi di ghiaccio secco. Il killer li rimuove e poi spella letteralmente il dito medio (dito medio!) di Aubrey con estrema facilità. Lei strilla come Peppa Pig quando è ora di fare il cotechino a Natale, il fatto è che dalla posizione in cui è dubito che possa vedere cosa le sta capitando, e per via del ghiaccio secco sono sicura che non possa sentirlo.
Comunque il killer tira fuori un praticissimo coltello di vetro blu, e procede a tagliare il dito medio a Aubrey, solo che come è facile immaginare il vetro molato non taglia un cazzo, e l’operazione va per le lunghe. Capiamo quindi che danneggiare i tessuti col ghiaccio secco possa servire a facilitare l’operazione, ma come abbiamo già detto funge anche da anestetico, quindi tutto il senso della tortura va a farsi benedire! Non era meglio una bella mannaia da macellaio? Eh, ma non sarebbe stata SIMBOLICA.

Continua la ricerca di Aubrey, mentre la malcapitata, lasciata sola dal killer, cerca di afferrare un coltello con la mano sana.
Lungo un ridente viottolo di campagna, una tizia sta parlando al telefono e dice che si sente una persona a metà. Segnatevi anche questa! Vede un corpo lungo il ciglio della strada, e chi sarà? La nostra Aubrey. Dunque è riuscita a liberarsi?

Aubrey è sottoposta a interventi chirurgici di urgenza non meglio identificati, e quando si sveglia le dà il benvenuto un’infermiera così inquietante che io preferirei tornare sotto le grinfie del serial killer (che in realtà non è ancora seriale, perché Aubrey non l’ha ammazzata).
Aubrey scopre presto che non ha più una mano e una gamba. Addio lezioni di piano! Ma tanto aveva già deciso di mollare per darsi al corso di nausea alla scrittura, quindi suppongo non sia poi questo dramma.

I genitori corrono al capezzale della figlia, ma lei non li riconosce, anzi, sostiene di non sapere chi sia questa Aubrey. A causa del trauma le sarà venuta una personalità multipla?
Scopriamo che Lindsay, in questo film, quando è vestita di rosso si chiama Dakota. Dakota sostiene di essere figlia di una sbandata, che cercava di sopravvivere lavorando in uno strip club (ecco che la prima scena, che sembrava appesa appesa come Lindsay al palo, assume un, scusate la parola grossa, significato). Un giorno Dakota ha trovato la madre morta, e vicino al corpo dei soldi in una busta col timbro postale della città di Aubrey.

La polizia insiste perché Dakota racconti cosa le è successo, ma lei fa resistenza. Dopo molte insistenze, racconta che allo strip club dove lavorava aveva visto un tipo strano, che poi l’aveva seguita fino alla fermata dell’autobus.
Ora, questa scena flashback serve a diversi scopi:
– Mostrare un altro po’ di Lindsay appesa al palo a fare il prosciutto di Parma in abiti succinti.
– Mostrare, alla fermata dell’autobus, una pensilina in vetro blu, con dei graffiti rossi, e un gufo disegnato sopra. Marò, tutto il SIMBOLISMO in una botta sola!
– Mettere in testa a Dakota un cappellino crochet d’antologia, che rovina tutta la tensione perché fa ridere i polli.

La polizia, nonostante tutto, tiene Dakota sotto stretta sorveglianza. Ma così stretta, che una notte Dakota si sveglia urlando con un taglio sul braccio. In realtà, la trama spiegherà (scusate, due parole grosse di fila: “trama” e “spiegare”) che la colpa non è proprio loro.
Ad ogni modo, Dakota continua la sua convalescenza in ospedale. La va a trovare un tizio strampalatissimo, vestito di giallo (ma non mi dire) che sarebbe il tecnico delle protesi. Le presenta una mano bionica che nemmeno Robocop, e una gamba ancor più bionica che va ricaricata. Si raccomanda proprio di non dimenticarsi di attaccarla alla corrente, se no tutti i motorini smettono di funzionare. Allora lo Spettatore Attento pensa: “Altro che blu e gufi, questa sì che sarà una cosa importante per la trama! Me la segno!” Eh…

Dakota torna a casa, che veramente sarebbe casa di Aubrey, ma i genitori sono ovviamente convinti che si tratti della loro figliola ancora sotto shock, mentre Dakota non manca di rimarcare che non è Aubrey ringraziandoli “perché la fanno restare da loro per qualche giorno”. Quando il gatto di Aubrey entra in camera, Dakota è infastidita. Questo serve chiaramente a sottolineare che Dakota non è Aubrey e non è una brava ragazza come lei. Ora, usare la dicotomia santa/puttana per caratterizzare le due personalità è una cosa da film noir anni ’30, senza contare che è estremizzato alla follia, sembrano la gemella buona e la gemella cattiva (uhm…), altro topos vecchio come il brodo. E ad ogni modo, non riescono a rimanere nemmeno coerenti, visto che ricordiamo che Aubrey faceva la scema col giardiniere per poi mandarlo a cagare, e che non me la sento di condannare Dakota per non apprezzare il gatto, visto che è di quella razza senza pelo che pure io, amante dei gatti, trovo inquietantissima.

Il giorno dopo, il fidanzato di Aubrey va a trovarla. Lei si presenta con le stampelle perché ha dimenticato di ricaricare la gamba bionica (e lo Spettatore Attento se la risegna! Eh…) e si presenta subito come Dakota. Per dimostrare all’idiota che non è Aubrey, se lo porta in camera e ci fa sesso, in una scena che di sensuale non ha nulla dato che è punteggiata da scene della madre al piano di sotto che sente tutti i rumori e, incazzatissima, per distrarsi strofina la cucina come se dovesse grattare via del catrame indurito da tre anni. Non manca, mentre i due giovini consumano, un’inquadratura della gamba bionica attaccata alla presa col led che lampeggia, come un dannato cellulare.

Nel post-sesso, Dakota si decide a raccontare al fidanzato di Aubrey (che, notiamolo, a seconda delle versioni ha appena tradito la fidanzata con una ragazza che ha da poco perso due arti, oppure ha approfittato del profondo trauma della sua ragazza per portarsela a letto) cosa è davvero successo.
Dakota si sta lavando i capelli quando si accorge che un dito le è diventato nero. Come farebbe chiunque di noi, decide di far finta di niente e andare allo strip club a lavorare. Peccato che, finito il turno, quando si sfila il guanto da Jessica Rabbit il dito cada, così, da solo.
Dakota fa almeno una cosa sensata svenendo. Ma quando si riprende, sostiene che l’ospedale è per la gente ricca (davvero, so che c’è questa leggenda della sanità privata in America, c’è una parte di verità ma vi assicuro che se andate all’ospedale con un dito nel sacchetto almeno due punti per fermare l’emorragia ve li danno) e se ne va trulla trulla a prendere l’autobus con un bell’asciugamano inzuppato di sangue intorno alla mano. Un tizio coglie l’occasione per ricordarle che “A volte le persone si tagliano, è la vita”.

Finisce il flashback, e il fidanzato di Aubrey dice a Dakota che le crede e la vuole aiutare. Esce chiedendo freneticamente a tutti gli agenti dell’FBI di guardia alla casa se hanno un profilattico; loro, essendo stati tutti addestrati all’Accademia dei Pirla, si fanno una bella risata e non hanno niente da ridire quando il ragazzo, visto che il suo furgoncino (ovviamente giallo!) non parte, va in garage a prendere l’auto di Aubrey (ovviamente blu!) e se ne va.

Ma Dakota era nascosta nel bagagliaio! E’ riuscita a scappare. E per prima cosa, va dai genitori della ragazza uccisa, che vivono in una casa arredata da un interior designer con la mania per i gufi e il colore giallo.
Fra parentesi, che il blu rappresenti Aubrey e il rosso Dakota si era capito, un po’ meno perché siano blu anche gli strumenti del Serial Killer, le divise della squadra della scuola etc., ma ‘sto giallo buttato lì ogni tanto che ci rappresenta?
Comunque, Dakota non fa in tempo a prendere una coccarda che ha visto a casa dell’altra ragazza, che la madre di Aubrey arriva e la riporta a casa. Non so come, sarà stato il potere dei gufi, ma Dakota ora sa che Aubrey è ancora nelle mani del serial killer, e sa anche che il papà sa qualcosa che non vuole dire. Ripeto, non so come una coccarda e una stanza gialla le abbiano fatto capire tutto ciò, ma a quanto pare Dakota ha ragione, perché il padre le sussurra di chiudere il becco.

Ma la polizia ha scoperto la storia scritta da Aubrey che, guarda caso, parla di una ragazza sbandata di nome “Dakota”, dimostrando quindi che Dakota è davvero frutto della mente traumatizzata di Aubrey.
Ma Dakota fa un sogno rivelatore (scusa per il regista per sfoggiare un immaginario onirico e psichedelico che, come tutto il resto del film, in realtà fa caghè) in cui il tizio dell’autobus le dice che “A volte le persone si tagliano. Si tagliano a metà”. Sbam! Dakota si sveglia e all’improvviso è tutto chiaro. Va su internet e scopre l’esistenza dei “gemelli stigmatici”. Ora:
– I gemelli stigmatici non esistono. Intendo dire che non esistono nemmeno a livello di leggenda o mistero paranormale: sono un’invenzione del regista. Basare un plot twist su un fenomeno inventato su due piedi è una cosa degna forse di Peppa Pig.
– La scena che c’è in quasi ogni thriller paranormale, col protagonista che trova le informazioni su internet, è già concettualmente brutta abbastanza di per sé; ma qui superiamo il senso del ridicolo con giro doppio, perché tutta la pappardella dei gemelli stigmatici viene spiegata in un video Youtube da Art Bell, un tizio che in America conduce davvero programmi sul paranormale. Praticamente, come se da noi a fare lo spiegone arrivasse Daniele Bossari.
Comunque, i gemelli stigmatici funzionano così: se uno si taglia, all’altro compaiono le stesse ferite. Quindi Aubrey è stata mutilata dal serial killer, e Dakota si è persa i pezzi in modo spontaneo per via di questo fenomeno. Ma questa intelligentissima spiegazione in realtà apre nuovi inquietanti quesiti:
– Possibile che Aubrey e Dakota dalla nascita a oggi non si siano mai accorte di ferite che comparivano spontaneamente, e non si siano mai poste delle domande?
– Aubrey ormai è nelle mani del serial killer da giorni, le taglia una mano e una gamba in quattro e quattr’otto e poi non le fa più niente se non un taglietto sul braccio?
– I giornali hanno dato la notizia del ritrovamento di Aubrey. Se il killer ce l’ha ancora con sé, come mai non si è fatto delle domande? Non guarda la TV? Nemmeno un’occhiatina a Google News mentre prende il caffè?

Ad ogni modo, Dakota dice alla madre di essere la gemella di Aubrey, ma la madre le ride in faccia dicendo che è figlia unica, le fa anche vedere l’ecografia, e le racconta che al momento del parto ha rischiato di perderla, e che quindi per lei rischiare di perderla di nuovo è stato ancora più tremendo, blah blah commovente momento tra madre e figlia, però aspetta che forse sta per succedere qualcosa che ha un minimo di senso.

Dakota torna in camera di Aubrey e vede la stessa coccarda che aveva cercato di prendere a casa della prima vittima.
A questo punto però comincia una psichedelia di gufi, torvi figuri, Aubrey vestita da sposa, rose blu, e insomma, Dakota ha una visione che le mostra che il killer sta per uccidere Aubrey, così finalmente potrà diventare un vero serial killer, e quindi anche Dakota è in pericolo, per via della fesseria del fenomeno dei gemelli stigmatici.

Dakota va quindi dal padre e gli dice che ha capito la verità: la sua bambina è morta durante il parto, e lui è andato dalla tossica della stanza accanto a comprare una delle due gemelle che aveva appena avuto. Il padre ammette che è così, perché voleva risparmiare alla moglie il grande dolore della morte della loro bimba, anche se non ci spieghiamo come mai i medici dell’ospedale non si siano posti il problema di dove diamine fosse finita la gemellina mancante, e come mai la donna che aveva partorito una bimba morta fosse uscita dall’ospedale con una bella bimba piena di salute.
Questo dimostra anche che il padre di Aubrey sapeva benissimo che Dakota stava dicendo la verità, quindi che sua figlia in realtà era probabilmente ancora nelle mani del killer, eppure HA FATTO FINTA DI NIENTE. Per non dovere ammettere che aveva fatto ‘na strunzata.

Per riprendere fiato, il regista ci offre un altro flashback, con Dakota che torna a casa e si ricuce il dito alla mano col kit del punto croce. Io ormai non commento nemmeno più. Poi, si sveglia nel mezzo della notte con una gamba in decomposizione, e pensa bene di andare non in ospedale, ma nella città che ha visto sulla busta coi soldi trovata a casa della madre. Dakota viene mostrata mentre fa l’autostop appoggiandosi a un bastone, la stessa scena narrata nel racconto di Aubrey, ma quando Aubrey lo ha scritto il fatto non era ancora successo, e quindi? Boh. Non solo hanno un legame psichico, ma sono pure veggenti?

Comunque, il padre si rifiuta di aiutare Dakota per non svelare il suo segreto, e lei allora va da sola sulla tomba della prima vittima. Trova un’altra coccarda come le altre, e più o meno capiamo che si tratta dei trofei per il Gran Premio di Stocazzo, e che le coccarde blu sono il primo premio e quelle rosse il secondo (Capito? Aubrey blu perché è una vincente privilegiata e talentuosa, Dakota rosso perché è l’ultima degli stronzi!). Dakota adesso “sa chi l’ha uccisa” o, per dirla col titolo italiano, “il nome del suo assassino”, e lo comunica al padre di Aubrey, che ha avuto un rigurgito di coscienza ed ha deciso di aiutarla. I due scienzià hanno capito che l’assassino è un certo Douglas.

Intanto, in un tripudio di gufi, il killer-quasi-serial si appresta a seppellire viva Aubrey in una bara di vetro blu.
Dakota e il padre di Aubrey si recano a casa di Douglas senza, giustamente, avvisare la polizia. Dakota si sente soffocare, evidentemente perché a Aubrey manca l’aria, ma succede per dieci secondi, poi riesce a calmarsi.
Il padre entra in casa di questo Douglas, mentre Dakota si attarda un momento per comunicare telepaticamente a Aubrey di stare calma e non iperventilare.
Dakota entra anche lei e trova la stanza delle torture, ma il killer è alle sue spalle! Dakota riesce a chiudergli la porta in faccia, ma lui riesce a infilare una mano. Allora lei gli stritola il polso con la sua mano bionica, e gli taglia la mano con uno dei coltelli di vetro. Sì lo so, avevamo assodato prima che questi coltelli non dovrebbero funzionare molto su un tessuto non indebolito dal ghiaccio secco. Lasciamo stare.

Il killer scappa, e Dakota trova il padre di Aubrey morente, che sussurra il nome della figlia e le chiede perdono prima di spirare.
A questo punto, il killer ricompare e la afferra per un braccio, ma è il braccio sbagliato, perché si sfila e gli rimane in mano. Il killer riesce comunque a stordire Dakota e legarla (non prima di averle gentilmente rimesso la sua mano bionica), poi va a mettere la sua mano amputata nel ghiaccio e a suonare un po’ il piano. Sì, perché l’assassino è il maestro di piano di Aubrey! La prima vittima aveva una coccarda del Gran Premio di Stocazzo in camera, quindi evidentemente era sua allieva. Immaginiamo che uccida le allieve che secondo lui sprecano il loro talento, come Aubrey che voleva abbandonare la musica.

Il killer torna da Dakota, delirando sul fatto che non doveva tornare. Pensa che Aubrey sia riuscita a uscire dalla tomba, cambiarsi d’abito, trovarsi un paio di protesi fantascientifiche e tornare da lui nel giro di forse un’ora?
Comunque, Dakota riesce a liberarsi e uccidere il maniaco. Poi, va a cercare Aubrey. La sua gamba artificiale comincia a fare dei bip, a indicare che si sta scaricando. Resta pure tranquillo, Spettatore Attento, perché Dakota comincia a zoppicare e la cosa finisce lì. Due scene per sottolineare l’importanza di caricare la gamba, e otteniamo solo questo.
Un gufo guida Dakota alla tomba di Aubrey, e la ragazza riesce a dissotterrare e salvare la sorella. Le due gemelle sono finalmente riunite.

Fine. Meno male!

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8 Comments

  1. Minkia. Avevo intenzione di non guardarlo perché non ero a conoscenza dell’esistenza di un film di bassa salumeria come questo. Solo che a forza di segnare è venuto fuori un plot da clistere, e soprattutto chiamare una persona Dakota… è come se decidessi di chiamare i miei futuri figli Basilicata e Valle d’Aosta. Se sono gemelli Sardegne.

  2. Pingback: Di vero finger food, ninja mafiosi e fiumi di sangue | Pontomedusa

  3. Non hai idea di quanto mi sono divertito a leggere questo post!
    Il film in sè mi avrebbe probabilmente costretto ad amputarmi non mani e piedi ma occhi e orecchie (che senso ha quest’ultima? Togliamo anche i timpani allora…), ma la tua minuziosa esposizione con sottolineatura dei dettagli e delle straordinarie (non certo in senso buono, come il termine “speciale” e i suoi molteplici significati) doti del regista è stata un vero spasso!
    E’ sempre bello leggere ciò che scrivi, soprattutto per come lo scrivi.

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