Cuore svedese

 

hjarta

Un mese fa ci ha lasciati troppo presto Tommaso Labranca, uno dei pochi scrittori italiani, con Eco e Scerbanenco, che vorrei emulare quando scrivo le mie minchiate.

Non ricordo più quale famoso scrittore (Svevo?), prima di morire, chiese a un amico di bruciare tutti i suoi scritti, perché se ne vergognava; ma l’amico fortunatamente non eseguì, e tutta l’umanità potè venire a conoscenza di opere straordinarie.

Nell’epoca di internet, purtroppo, a Labranca bastava schiacciare un tasto per cancellare i suoi siti e i suoi blog quando non ne era più orgoglioso, cosa che puntualmente faceva, e che ha fatto purtroppo poco prima di morire.

Ma in qualche meandro del web, per fortuna, qualche suo lavoro esiste ancora. Io voglio ricordare T-La con un poemetto in cui mi identifico tantissimo; soprattutto da quando l’altro giorno, cambiando le lenzuola, ho scoperto che il mio materasso, inutilmente ad una piazza e mezzo, è proprio un Sultan.

hjärta

Ed una sera, verso le diciotto,
ci fu l’appuntamento nel parcheggio.
Era un mercoledì d’inizio autunno,
trenta settembre del duemilanove.
«Ho parcheggiato dove non potrei,
in quegli spazi per le donne incinte.
Lo faccio apposta, sai, non trovo giusto
che a noi, donne senz’ombra, sia negata
dal papa e dal governo ogni premura.
Persino nei parcheggi si diffonde
la discriminazione di chi è sola…»
Ti presi per un braccio, sorridendo.
«Ma dai», ti dissi. «In caso di controllo
dirò che sono il tuo caro compagno.
E che proprio stanotte tu hai saputo
di quella goccia che è sfuggita al nulla.»
Hai riso piano a quella citazione
con cui comincia un libro che alle medie
io lessi senza alcuna convinzione
costretto da una prof che non capivo
se fosse di sinistra o antiabortista.
Hai quello stesso libro a casa tua
e attende infine una sistemazione
diversa dalle mensole sbilenche
su cui traballa in pile un po’ precarie.
Per questo ci trovammo a Carugate:
per acquistare i Billy o forse i Flärke
su cui riporre tutti quei volumi
di cui leggerò i dorsi di sfuggita
le rare sere in cui verrò a trovarti.
Avranno i tuoi volumi quella requie
che noi non ritroviamo in nessun campo,
instabili nel cuore e nel lavoro
senza un affetto vero o un posto fisso.
Per nostra scelta, non per costrinzione,
ci abbandoniamo a vite non seriali,
a collaborazioni temporanee,
affetti light e poco impegnativi,
amori per email tra luoghi estremi
finiti se non scrivi per un giorno.
Entrando nel negozio tu mi hai detto:
«Facciamo tutto come tradizione,
coi fogli per segnare gli scaffali,
la borsa gialla che lasci alle casse,
col metro in carta e le matite in legno.
Ricordi quando eran colorate
di giallo e blu, non grezze come adesso?»
Sin dagli ambienti ove comincia il giro
sfiorammo i nostri simili in silenzio.
Ben poche le famiglie e si capiva
dal mare di palline, quasi vuoto.
Non c’era alcuna luce solidale
negli occhi di chi a noi era fratello.
Passavano le coppie con superbia
mostrando i vari gradi dell’amore.
Gli sguardi di chi è ai primi appuntamenti
e timido si studia perché solo
nei banner che ti invitano su Meetic
si ride e tromba fin dal primo incontro.
La noia delle storie prolungate
che forse troveranno nuova linfa
nei cambiamenti dell’arredamento.
Girammo senza fretta e senza accenni
ai nostri guai lasciati nel parcheggio.
Tacemmo di contratti e sentimenti parlarne,
in fondo, non sarebbe stato
che un interscambio di insoddisfazioni.
Scrivevi le tue scelte sulla lista.
Pensavo a casa tua e ti consigliavo
quell’altra forma o quell’altro colore.
«Deve piacere a me!» dicesti secca.
Ridendo poi accettasti la proposta.
«D’accordo, per stavolta ti accontento.
A patto che si resti nel mio budget.»
Ci dirigemmo verso il ristorante
sfiorando un tizio che col suo compagno
gridava per imporre al muto partner
la tinta delle tende del tinello.
«Le diciannove e trenta… ed è già buio…»
dissi a me stesso mentre mi sedevo
accanto a una finestra oltre la quale
scorreva lunga sulla tangenziale
la fila di chi andava verso case
dove vigeva l’ora della cena.
Intanto tu parlavi al cellulare
frasi accennate, mmh, mezze parole.
Ma io non t’avrei chiesto mai chi era,
così come tu non hai mai saputo
con chi avevo scambiato quei messaggi
mentre eravamo accanto alle cucine.
Un patto di reciproco pudore,
il fingersi di ghiaccio dentro il cuore.
Io non mangiavo mentre tu parlavi.
Contavo le polpette dentro il piatto,
fissavo il lago scuro dei mirtilli,
nel tuo, la chiazza rosa del salmone.
Poi quando hai chiuso hai detto solo: «Scusa…»
Alzando il bicchierone di cartone
brindammo insieme con il Lingonberry
al nuovo arredo del tuo appartamento.
Ne discutemmo ancora, disegnando
possibili scenari del salotto
sul tuo Moleskine nero già riempito
di cifre, conti, schemi e riflessioni
che io mi costringevo a non guardare.
Quanto restammo lì a schizzar piante,
a consumare una cena svedese,
con dietro le finestre la Brianza?
A un certo punto tu dicesti «È tardi»
e allora ci affrettammo al magazzino.
Dai fogli sparsi che tenevi in mano
leggevi gli scaffali e i corridoi.
Io prelevavo i pacchi e controllavo
che il serial number fosse quello esatto.
«Quanta fatica fatta per riporre
dei libri che ho comprato e mai sfogliato.
A volte, sai, mi sento così oca,
con tre nozioni senza alcun legame.»
Io ti citai Panofsky che diceva
quanto fosse europea la dispersione
della cultura senza un epicentro.
«Vuoi che ti presti il libro?» – «Ma sei matto?
Con tutti quelli che non ho ancor letto…»
La fila in cassa, il laser ed il timore
d’avere superato il massimale
della tua Visa, in fondo è fine mese…
Uscimmo col carrello troppo pieno
dal clima artificiale del negozio.
Provai quasi una gioia respirando
l’umidità d’autunno a Carugate.
Una foschia che appena percepivo
rendeva astratta l’aria nel parcheggio.
E senza una parola io compresi
che tu condividevi quel paesaggio
di luci gialle e costruzioni basse.
Lo amavi più di una terrazza al mare
di palme, spiagge e isole lontane.
Premesti il tasto sul telecomando
ti salutò la Panda in un festoso
accendersi di luci lampeggianti.
Poi caricammo insieme i pacchi piatti.
Ti dissi: «Ma davvero sei sicura
di scaricare tutto, tu da sola?»
«Ci penserà un vicino domattina.»
«Promettimi però che sarò io
ad aiutarti dopo nel montaggio.
La brugola per me non ha segreti…»
La tua breve risata fu sommersa
dal gracidare degli altoparlanti:
chiudevano il negozio, già le dieci!
Ci allontanammo in direzioni opposte
verso le nostre case modulari.
Diciotto gradi, apparve sul cruscotto.
Tra poco il freddo avrebbe messo fine
al denudarsi estivo dei burini.
Giungemmo quasi nello stesso tempo
ai piccoli paesi in cui viviamo
per scelta, per rivivere ogni giorno
lo stupore dello scendere in città.
Avrai anche tu bevuto del tè verde,
sfogliato un libro o scritto qualche mail.
La stessa delusione nel vedere
l’assenza di risposta a quel messaggio
inviato appena usciti dal parcheggio.
Spente le luci delle nostre Lykta
(bianca la mia, azzurra la tua, invece)
ci accolse il nostro materasso Sultan
inutilmente ad un piazza e mezzo.

Noioso post su Grecia e Italia che svela che Pontomedusa è una vile reazionaria

renziMi rendo conto che nei blog non si parla di politica, a meno che non sia il Movimento Cinque Stelle (quello fa figo), ma sui social sta girando l’immagine qui sopra e io non posso restare seduta in disparte né arte né parte e non dire quello che mi passa per il cervello in maniera random, come faccio abitualmente qui.

Vediamo un po’ per cosa lodiamo il buon Tsipras: “Reintegro dei dipendenti pubblici licenziati”. Aspetta, aspetta: tu, Condivisore di questa Immagine Impegnata, non sei lo stesso che l’ultima volta che è stato alle poste a ritirare una raccomandata è tornato imprecando contro i blindatissimi e illicenziabili dipendenti statali, ventilando di non pagare più le tasse se devono servire a stipendiare tali scansafatiche? Mi pare che fossi proprio tu, eh. Ma magari mi sbaglio, d’altra parte io ho la Sindrome del Pesce Rosso, non ricordo niente che sia successo più di cinque minuti fa.

Aumento del salario minimo da 586 a 751 euro, mentre il perfido Renzi si è limitato a dare 80 euro a chi ha un lavoro!
Ora, Condivisore, abbi pazienza, ma mi risulta che anche il salario minimo sia qualcosa che riguarda solo chi ha un lavoro, perché i disoccupati non percepiscono salario alcuno, è questo il loro problema.
Avresti fatto più bella figura se avessi sottolineato che 165 euro sono più di 80 (ma messa così avrebbe perso un po’ del suo effetto, vero?). Altresì, sarebbe stato forse necessario ammettere che il minimo tabellare dai vari CCNL in Italia è di circa 1200 euro, quindi la Grecia partiva da una situazione ben più misera della nostra.

Ah, l’elettricità gratuita! Invece noi solo aumenti!
Intanto, Condivisore, visto che a quanto pare hai accesso a Internet, potresti usarlo non solo per andare su Facebook e Disinformazione.It, ma anche per informarti un po’.
Scoprirai così che, quando si parla di aumenti, ci si riferisce in genere ai regimi di maggiore tutela, che sono appunto controllati dallo Stato, e che non possono variare senza l’OK dell’Autorità competente.
Le liberalizzazioni (che in genere vanno a braccetto con le tanto temute privatizzazioni) hanno permesso l’ingresso sul mercato di tante società che fanno prezzi liberi, in genere più bassi di quelli a maggior tutela, e bloccati per due anni: se hai problemi con le bollette, cambia gestore.
Per quanto riguarda i poveri veri, e non i piangina come te, lo Stato italiano già prevede un piccolo bonus per l’elettricità, che copre 2/4 bollette l’anno a seconda dei casi.

Poi abbiamo il capolavoro: Tsipras bravo perché non taglia le pensioni, Renzi cattivo perché non taglia le pensioni. Ah, scusate! Sono le pensioni “d’oro”! Ma quanti parlamentari vanno in pensione ogni anno? Vogliamo dire 100? Su 60 milioni di persone? Ma saranno proprio loro che incidono così tanto sulle casse dell’INPS? Non magari quelli che negli anni ’80 andavano in pensione a 40 anni con 20 anni di contributi? Non i pensionati al minimo che non hanno versato un euro di contributi (e di tasse) in vita loro?
Non parlo della moralità e giustizia di certe situazioni, ma proprio solo di un calcolo economico. Saranno proprio ‘ste pensioni d’oro che aprono voragini nei conti pubblici?
Secondo questa tabella che ho trovato a caso su Internet, quindi datele la dignità che volete, i pensionati da 10mila euro l’anno o meno costano 114 miliardi di euro l’anno, quelli da più di 200mila l’anno costano 20 milioni l’anno.
Ma, Condivisore, lo sappiamo che la matematica non è il tuo forte, che sei laureato in Filosofia o Scienze Politiche se va bene, ti hanno bocciato due volte in Terza Media se va male.

Ma, a parte tutto questo, tutti i provvedimenti qui sopra costano soldi o impediscono di ottenerne (come bloccare le privatizzazioni): quindi, la grana, Tsipras, dove la troverà?

Ah, il colpo di genio: non pagando più i debiti!
Queste sì che sono decisioni di grande valore politico e spessore morale, fra l’altro mentre la Grecia sta ricevendo aiuti a gogò dai confratelli Stati europei.
Con una mano prende i soldi e con l’altra ci fa il dito medio gridando “Ciuupaaa!!”Oltretutto, quando in seguito a questo annuncio le obbligazioni greche sono crollate, tu, Condivisore, hai gridato al gomblotto: Tsipras osa alzare la testa, e il Nuovo Ordine Mondiale gliela fa pagare in Borsa!
No, pirla.
Quando compri una obbligazione di uno Stato, stai prestando soldi a quello Stato in cambio di un interesse. Mi pare abbastanza ovvio che, nel momento in cui il suddetto Stato annuncia che i debiti non li vuole pagare più, tutti cerchino di liberarsi delle suddette obbligazioni, o che siano diposti a comprarle solo in cambio di un altissimo interesse che bilanci il rischio di non rivedere i propri soldi.

A me fa paura il fatto che tu vada a votare e che il tuo voto conti quanto quello di uno normale, Condivisore.
D’altra parte, probabilmente sei uno di quelli che in questi giorni lamentavano il fatto di non potere votare il Presidente della Repubblica, mentre i francesi lo fanno, dimostrando sprezzo per qualunque cognizione riguardo i vari ordinamenti democratici.

Il peggior nemico del genere umano è l’idiozia

My 2 cents a proposito di quello che è successo nell’autolavaggio ai danni di un ragazzino di 14 anni:

– Sul web è tutto un fiorire di personaggi più o meno celebri che entrano nei dettagli più scabrosi sostenendo che “bisogna chiamare le cose col loro nome”. Capisco che lo facciano probabilmente con le migliori intenzioni, ma se fosse successo a me, non vorrei che tutta la nazione parlasse dettagliatamente del mio ano e del mio intestino.

– Leggo che i genitori del delinquente che ha compiuto il gesto oggi sono andati a Domenica In. Si commenta da solo.

– Pare che il ragazzo possa recuperare completamente a livello fisico, ed è un sollievo. A livello psicologico sarà un processo più lungo, indubbiamente, ma sono certa che ce la farà. Sbaglia chi dice che è stato “rovinato per sempre”, questa è una frase che si dice spesso delle vittime di violenza, e che ha il risultato di etichettarle come “merce avariata”. Invece una persona che ha subito certe atrocità può comunque lasciarsele alle spalle e vivere una vita piena e felice. Che è il mio augurio per questo ragazzino.

Pontomedusa vuole fare la scrittrice

scrivere

Vi svelo un segreto.

Quando ho cominciato a scrivere, diciamo un paio di anni fa, ho cominciato con la narrativa. Mesi dopo, ho deciso che per pubblicizzare i miei racconti a un pubblico più vasto aprire un blog poteva essere una strategia vincente.
I miei racconti sono pubblicati su un sito che potete raggiungere dai link qui a destra, il punto è che nessuno ci clicca sopra. E se anche proprio per sbaglio perché il mouse non funziona qualcuno su quel link ci va, non prosegue nella lettura.
Ho la sensazione che chi mi segue come scrittrice non mi percepisca come blogger, e viceversa. Quindi la mia strategia iniziale si è rivelata fallimentare! Va be’, mi diverto pure a scrivere il blog, quindi alla fine siamo tutti contenti lo stesso.

Però, tengo anche tanto ai miei racconti. Allora, mi è venuta un’altra idea malsana: pubblicare i racconti *anche* sul blog.
Il Communication&Marketing Director del blog si è immediatamente opposto, sostenendo che bisogna avere un taglio preciso che si rivolga al target di riferimento. Il Sales Director ha ribattuto che tanto il blog già parla della qualunque, “Questa un giorno scrive di film da nerd, un altro pubblica un post che sembra uscito dal diario di Bridget Jones, ma lasciale aggiungere pure ‘sta cagata della letteratura! Metti che così altri due o tre lettori a cui non frega niente né di Batman né delle trentenni in crisi li raccattiamo!”
A questo punto mi sono ricordata che sia il C&MD sia il SD sono solo frammenti della mia mente malata, e quindi ho deciso che potevo fare quello che volevo. E io voglio pubblicare i miei racconti pure sul blog.

Allora, per tutelare voi poveri lettori che siete tanto dolci e gentili e vi voglio bene tutti, farò così:
– Tutti i racconti saranno sotto la nuova categoria Narrativa, così quando la vedete in un nuovo post potete scappare a gambe levate e non sfracassarvi i maroni.
– Per quanto riguarda i racconti a puntate, pubblicherò qui solo quelli completi, così se qualche anima pia si commuove e decide di leggere qualcosa, potrà essere sicuro che arriverà anche il finale in un tempo ragionevole. Ad ogni modo, ogni post conterrà una sola puntata. Il racconto a puntate monopolizzerà i post della categoria Narrativa finché non sarà concluso.
– Pubblicherò solo i racconti originali e non le fanfiction, perché boh. Mi sembra giusto così. Caso mai qualcuno non riesca a dormire la notte al pensiero di essersi perso le mie fanfic, sappia che esiste sempre il link sulla destra.
– I post Narrativa saranno pubblicati a cadenza random, alternati ai post più propriamente detti. Il blog continua come prima, non so se sia una notizia buona o cattiva, ma così è.
– I racconti saranno preceduti da uno specchietto che specificherà genere e qualche avvertenza, giusto perché spesso ci sono il sesso, la droga, il rock’n’roll e la viulènza, come nei vidiogheims di cui già sappiamo.

E basta. Presto pubblicherò il primo racconto per iniziare l’esperimento, ma voi non scappate perché sto preparando anche un nuovo arguto e ficcante post su Scarlett Johansson e i Mini Pony, o forse sulla fauna che si sviluppa nella lavastoviglie di Pontomedusa. Adesso ci penso.

Di personae, persone e personalità

persona

Apprendo con notevole ritardo, perché sono stata un po’ fuori dal mondo, la notizia della morte di Robin Williams.

Di solito la penso come Zerocalcare, ma mi perdonerete se oggi voglio scrivere un mio banale pensiero a riguardo. Altrimenti, sentitevi liberi di aspettare il prossimo post, che certamente rientrerà nello standard cazzaro di questo blog.

Dà sempre da pensare quando si scopre che un comico, in realtà, nella vita privata era depresso. D’altra parte, quello del comico è un lavoro, come, che so, l’idraulico.
Non ci aspettiamo che un idraulico parli di tubature e sanitari anche a cena con la moglie, ma riteniamo obbligatorio che un comico sia sempre allegro e spiritoso.

In ogni caso, Robin Williams era non solo un comico, ma un attore, e aveva già mostrato un’altra faccia:

Quella era la faccia, e Mork era la maschera? Ma i latini chiamavano le maschere teatrali personae, come dire che ognuna era una personalità. Gli esseri umani, però, sono più complessi dei personaggi di un’opera teatrale.
Io penso semplicemente che Robin Williams avesse molti volti, come tutti noi, e che purtroppo quello peggiore per lui abbia preso il sopravvento.

Di Book Nomination e Scerbanenco, il vate di Pontomedusa

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Benguitar pensava sicuramente che me ne fossi dimenticata, invece l’avevo solo messa nella lista delle cose da fare, insieme a mettere in ordine l’armadio, fare il tagliando alla macchina e conquistare il mondo dare una sistemata alle piante del balcone.

Sto parlando della Book Nomination.
Somiglia ai Liebster Awards, ma mi piace di più, perché richiede molto meno sforzo: anziché rispondere a dieci domande, sforzandosi possibilmente anche di essere spiritosi, e doversene anche inventare altre dieci per i successivi nominati, si tratta solo di riportare la citazione di un libro e nominare altre cinque persone perché facciano lo stesso. [EDIT: forse che le persone da nominare siano cinque me lo sono inventato io, comunque ormai così ho scritto e così è deciso, muahahahah]

La Book Nomination è una cosa semplice, fra amici, quindi non ha nemmeno il logo fighetto come i Liebster Awards, ma sinceramente trovo sia meglio così.

Siccome mi dicono che qui a Torino fra poco ci sarà il Salone del Libro (dovete sapere che io non esco mai di casa e quindi vengo a sapere le cose per sbaglio e in genere in ritardo), mi sembrava il periodo adatto.

E la citazione di Pontomedusa è:

“Sono andata da Tonio.”
“Chi è Tonio?” e a vederla arrossire così forte capì chi era Tonio, per lo meno che cos’era.
“E’ il fratello di una mia amica, Tonio Karr.”
“E’ il figlio dell’editore di Francoforte? Allora conosco suo padre, Teodoro Karr.”
“Sì, è lui,” lo disse con voce bassa, ma con un curioso tono, come parlasse di qualche cosa di eccelso, di altissimo, di ognipossente, per cui bisognava abbassare la voce. LUI tutto maiuscolo, assolutamente maiuscolo.
A quell’età lì si è sceme, pensò la principessa.
Giorgio Scerbanenco, Dove il sole non sorge mai

Non c’è niente di spiritoso da dire su Scerbanenco.
Ho cominciato a scrivere perché vorrei scrivere come lui, e ovviamente non mi riesce.
Acque chete è iniziato come un remake della serie di Duca Lamberti, anche se poi è deragliato per altre vie.
C’è tanto quotidiano nella sua scrittura, il bene e il male, mai assoluti: anche i peggiori criminali hanno qualche sprazzo di umanità, anche gli eroi hanno delle debolezze. Negli anni in cui scriveva lui non era così banale, mica c’erano ancora Breaking Bad e The Shield.

Capite anche che scrittrice da quattro soldi possa essere io, che ho come modello da imitare non Kerouac, Hemingway o qualche altro mitico scrittore un po’ fattone anti-sistema ma in fondo fighetto, ma invece un signore timido che si limitava a scrivere racconti di tutti i colori, neri, gialli e rosa, li pubblicava ovunque senza vergogna, e per buona misura teneva anche la Posta del Cuore su Annabella.

E quindi insomma, se non conoscete Scerbanenco, cercate qualcosa di suo e leggetelo, vi farete un favore.

Io intanto metto qui la lista dei nominati che, ovviamente, come al solito non hanno nessunissimo obbligo nei miei confronti, ma se non aderite e poi vi capitano le brutte cose, non venite a lamentarvi con me:

Wellentheorie

Arno Klein

Lettera C

Lupokattivo

Vittoriot75ge

Di artisti ed amianto

shonen A

Ieri avevo appena finito di scrivere Shonen A e mi sentivo un po’ così. Entrare nella testa di un serial killer per qualche ora è stata un’esperienza che mi ha lasciata abbastanza svuotata e un po’ depressa, e ho smesso di invidiare chi lo fa per mestiere.

Più o meno nello stesso momento, ho saputo che Philip Seymour Hoffman era morto di overdose. Fra i commenti che ho letto in giro, i più comuni erano sul genere “Aveva moglie, figli, un lavoro da sogno, e allora perché si drogava?”

Il fatto è che un artista, attore, scrittore, musicista, se non si dedica proprio a Peppa Pig, ma decide di toccare tematiche più controverse, si trova a dover fare un lavoro su se stesso e scavare certe parti di sé che preferirebbe ignorare.

Sono come l’amianto, che finché se ne sta ben chiuso tra strati di cemento non fa danno; ma appena lo squieti, cominci a lavorarci intorno, inizia a rilasciare particelle potenzialmente letali.