Di viziate saputelle, hostess naziste e cibo disgustoso

Lo ammetto. Odio la bambina della pubblicità Lufthansa.

Intanto, è un’insopportabile precisina della fungia.
Poi, è pure ricca, che viaggia in First Class, e ve lo dico per certo, perché i sedili della Business non permettono di stendere completamente le gambe in modalità letto-a-baldacchino, come invece si vede nella pubblicità.

Dunque, questa ricca viziata saputella vorrebbe farci credere che sui voli Lufthansa viaggino tutti così: in enormi sedili a baldacchino, con belle hostess sorridenti e gentili.

Ma io sono qui per svelarvi la verità.

Io, che con Lufthansa ho fatto viaggi di 12 ore in Economy, posso dirvi che i sedili sono così stretti che è impossibile appoggiare i gomiti sui braccioli senza improvvisare un match di braccio di ferro col vicino, lo spazio per le gambe è tale che se siete più alti di un metro e sessantacinque sarete costretti a conficcare le ginocchia nello schienale del sedile davanti (con scomodità per voi e per il malcapitato seduto davanti a voi), e lo schienale si inclina di un massimo di 27 gradi, sempre che non vi capiti la sfigatissima ultima fila, che dietro ha una paretina quindi lo schienale non si inclina proprio.

E in Economy le hostess sono delle specie di signorine Rottermeier alte un metro e novanta, con le spalle da wrestler e un piglio da SS. Se vi azzardate a chiedere una coperta in più, per punire la vostra audacia vi obbligheranno a passare tutto il volo in piedi in corridoio con un secchio pieno d’acqua sulla testa, e se durante le turbolenze ne verserete anche solo una goccia, arriveranno direttamente le frustate.

Comunque, se vi può consolare, il cibo fa schifo in tutti gli ordini di posto.

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Pubblicità e stereotipi

Si dice che la pubblicità non sia mai innovativa, perché deve colpire più gente possibile, quindi deve basarsi su messaggi molto semplici e condivisi dalla maggioranza, o almeno dalla maggioranza del suo target.

Anche per questo, quando l’omosessesualità ha cominciato a fare capolino nel mondo pubblicitario, ha fatto tanto scalpore. Vuol dire che, in un certo senso, è stata “sdoganata”.

A causa di questa ricerca di semplicità e immediatezza, non è inusuale che i comunicati pubblicitari si basino su stereotipi. Diciamo che in base a quali stereotipi scelga l’azienda, possiamo capire quali siano i sistemi di valore su cui si basa.

L’esempio proverbiale è “la famiglia del Mulino Bianco”: papà, mamma, figlio e figlia, che alle 7 del mattino sono già lavati, vestiti e sorridenti, tutti intorno al tavolo della colazione.
mulino biancoCome dite? A casa vostra al mattino i bambini non si vogliono alzare, bisogna rincorrerli per fargli lavare i denti e infilare i calzini (possibilmente entrambi dello stesso colore), la moglie sembra uno zombie e si esprime a suoni gutturali finché non ha bevuto il secondo caffè, e il marito tira giù tutti i santi del paradiso perché è già in ritardo e non si sa dove siano finite le chiavi? Devono essersene accorti anche i signori pubblicitari, perché adesso hanno sostituito l’insopportabile adorabile famigliola con Banderas che flirta con una gallina mentre impasta i biscotti.
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Adesso c’è invece una pubblicità basata su uno stereotipo che io considero in fondo simpatico e giocoso, quindi anche la pubblicità la trovo carina: che poi diciamocelo, in realtà non è uno stereotipo ma una verità universale. Appena gli uomini hanno due linee di febbre, si abbandonano sul divano in pigiama, senza farsi la doccia né la barba, e convocano al proprio capezzale il notaio per il testamento e il prete per l’estrema unzione.

Ma alcune pubblicità gli stereotipi li prendono per ribaltarli. Ad esempio, quelli sulla donna al volante.
Ne ricordo una di qualche anno fa, che purtroppo non sono riuscita a trovare, in cui una ragazza che deve parcheggiare in un posto minuscolo si fa beffe degli uomini che si fermano a guardare aspettandosi mezz’ora di manovre senza risultato, salendo sulla rampa di un carro attrezzi parcheggiato vicino e sfruttandola per scivolare dolcemente nel posto, perfettamente incastrata.
Oppure quella con Claudia Schiffer che manda al diavolo con stile il ragazzotto che suggerisce che non sia in grado di fare una ripida salita, anche se qui il merito non è suo ma della macchina.

Di pubblicità sceme, omosessuali che non sanno cucinare e cacca

Come vi avevo già accennato, in fondo non rimpiango di non lavorare nella pubblicità, considerando quali scemenze sfornano le agenzie italiane.


Con questa pubblicità Findus se la tira un casino sostenendo di avere sdoganato l’omosessualità anche nella pubblicità. Dimenticano un commercial Ikea di qualche anno fa in cui, in mezzo ad altre situazioni e senza fanfare, due ragazzi uniscono i due letti singoli, come ammettendo di essere una coppia. Che poi, a me ha sempre ricordato il cugino di Checco Zalone in Cado dalle nubi, ma vabbè.

Ma torniamo alla pubblicità Findus, dove la madre riempie di complimenti il coinquilino del figlio per le sue capacità culinarie, consistenti nello sbattere un sacchetto nel microonde per tot minuti.
Quando i due giovini confessano di essere in realtà fidanzati, lei si limita a dire “Lo avevo capito, sciocconi”. Signora, lei è molto acuta e molto moderna, ma di cucina non capisce un cazzo.


Abbiamo poi la pubblicità Tre, in cui un tizio dice “Così sistemo mia moglia e mia figlia!” e poi si vede la gente al bar a vedere la partita dell’Italia.
Che di per sé non avrebbe niente di male, se il giorno prima un uomo non avesse ucciso la moglie e i figli per poi andare a vedere la partita dell’Italia al bar.


Ecco, cari ragazzi, voi pensavate che la ragazza dei vostri sogni si stesse mettendo il reggicalze in previsione del dopocena, e invece le è scappato all’improvviso di fare la cacca.
Tutto il contrario della ragazza del Viakal, che emette gemiti mentre è in bagno. Gli amici immaginano comprensibilmente che stia facendo un numero due, meno comprensibile è che sulla base di questa convinzione si precipitino tutti in bagno per assistere allo spettacolo. Per fortuna, sta solo facendo le pulizie.

Pontomedusa vuole fare la pubblicità

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Dovete sapere che Pontomedusa, da piccolina, voleva fare la pubblicità.

Prese la sua bella laurea in Scienze della Comunicazione (che parenti e amici di famiglia, orgogliosi genitori di iscritti a Economia attualmente fuori corso dal 2007, chiamavano simpaticamente “Scienze della Disoccupazione”), scrisse un sintetico eppur ricco curriculum e lo mandò a tutte le agenzie d’Italia, e finalmente ricevette una convocazione da un grande nome dell’ambiente, chiamiamolo Orlando Festa.

Il signor Orlando Festa la accolse nel suo ufficio, le spiegò quanto fosse figa e ammirata la sua agenzia, che bastava scriverne il nome sul curriculum per ricevere proposte di lavoro da tutto l’orbe terracqueo (consiglio per i giovani in cerca di primo impiego: se sentite le parole “fa curriculum”, alzatevi e cominciate a correre. Veloci. “Fa curriculum” significa “Non ti pago, anzi, ti faccio già un favore a non fare pagare te per fare questo fantastico lavoro che tutti vorrebbero accapararsi”), e poi lanciò la proposta: cento stagisti, ovviamente non retribuiti, rinchiusi in uno stanzone per tre mesi per realizzare un progetto, e il più meritevole (o magari due, aggiunse magnanimo il guru della pubblicità) sarebbe stato premiato con un rutilante contratto a progetto.

Pontomedusa, che all’epoca era sì giovane, ma comunque non scema, disse al signor Orlando Festa che le sembrava un ottimo modo per l’agenzia per avere un progetto realizzato a costo zero, un po’ meno attraente per i poveri stagisti. Tuttavia, spiegò, in quel momento stava svolgendo un lavoretto che le prendeva alcune ore alla settimana; dal momento che lo stage non prevedeva stipendio, Pontomedusa immaginava che non sarebbe stato un problema, nel caso avesse accettato, assentarsi ogni tanto per svolgere l’altro lavoro che le avrebbe permesso di pagarsi almeno l’abbonamento dell’autobus.

“EH NO!” tuonò il signor Orlando Festa. “E’ richiesto un impegno di 40 ore alla settimana! E se necessario, anche gli straordinari!”

E così Pontomedusa si alzò, ringraziò, e se ne andò, e lungo la strada verso casa non sapeva se ridere o piangere.
Andò a finire che accettò un lavoro in tutt’altro settore, dove almeno le davano uno stipendio degno di questo nome, e che si rivelò comunque divertente e in grado di suscitare ammirazione e invidia nelle occasioni mondane in cui ti chiedono “Cosa fai nella vita?”, quanto e forse più del mestiere di pubblicitario.

D’altra parte, vedendo le pubblicità che arrivano sulle reti nazionali, non c’è da essere tanto orgogliosi di lavorare in quel settore.
Ma questo ve lo spiegherò meglio in un prossimo post.