L’aragosta single

lobster

Avvertenza: questo post contiene SPOILER, che lo rendono più aerodinamico, quindi attenzione ai colpi d’aria, che poi vi viene il torcicollo.

Immaginate un mondo in cui è vietato essere single, in cui tutti appena raggiunta la maggiore età si gettano alla affannosa ricerca di un partner, in cui i matrimoni finiscono esclusivamente per vedovanza o perché uno dei due ha trovato un altro, altrimenti continuano a trascinarsi stancamente per anni.

Che dite? E’ il nostro mondo? Be’ un po’ sì. Qui andare da soli in qualunque posto (ristorante, museo, hotel, cinema) si porta dietro una stigma di disapprovazione e vergogna, se le donne vanno in giro da sole si dà per scontato che vengano molestate (riportato tale e quale anche nel film in questione…take a minute to think about it), se sei single tutti ti chiedono cosa aspetti a sistemarti o si domandano quale tara nascosta avrai, che non riesci a trovarti uno straccio di compagno/a… però almeno a noi non ci trasformano in animali se non riusciamo a trovare la nostra metà.

Nel mondo di The Lobster, invece, sì.

Tutti i single vengono portati in un hotel dove devono trovare un compagno entro 45 giorni. Chi non ci riesce, viene trasformato in animale (però può scegliere quale).
Gli animali vengono rilasciati nel vicino boschetto (quindi a tutti gli effetti diventa un boschetto dove c’è un fottio di animaletti un po’ matti), dove trovano rifugio anche i single che sono riusciti a fuggire prima della trasformazione. Gli ospiti dell’hotel escono quotidianamente a caccia di questi Solitari, e per ogni Solitario che riescono a catturare ottengono un giorno in più di permanenza all’hotel.
Va da sé che questo bosco ha un che di surreale, con selvagge cacce all’uomo mentre sullo sfondo si aggirano non solo conigli e lupi (e passi), ma anche pavoni, cammelli, pony biondini.

Nell’hotel è vietato masturbarsi, pena avere la mano infilata in un tostapane, in compenso è obbligatorio farsi stimolare dalla cameriera che si interrompe sempre sul più bello: questo per stimolare gli ospiti a procacciarsi al più presto un partner sessuale.
Inoltre, si dà per scontato che due persone, per stare bene insieme, debbano avere qualcosa in comune: una passione, un handicap, un modo di vedere le cose. Eh sì, perché se due persone annunciano di essersi messe insieme, non solo devono spiegare perché vanno d’accordo, ma sono messe alla prova per un mese in cui devono dimostrare che si amano davvero, se no devono ricominciare da dove sono partiti.
L’amico del protagonista, per esempio, che a quanto pare è svantaggiato avendo una leggera zoppia, per sedurre una ragazza che ha spesso emorragie nasali finge di avere lo stesso problema, dando capate a destra e a manca quando lei non guarda, in modo da perdere sangue dal naso come lei.

Il protagonista, David, vede il suo tempo ormai agli sgoccioli e decide di conquistare La Donna Senza Cuore, fingendo di essere anche lui privo di sentimenti. Le cose vanno abbastanza bene finché lei, decisa a metterlo alla prova, gli uccide il fratello, che David si era portato dietro sotto forma di cane perché era stato trasformato anni prima, dopo avere fallito nel tentativo di trovare una compagna.
David non riesce a nascondere le lacrime e lei decide di denunciarlo alla direzione dell’hotel; David però riesce non solo a sfuggire alla ormai ex-compagna, ma addirittura, grazie all’aiuto della cameriera (un’infiltrata dei Solitari), a catturarla e trasformarla in animale, così impara.

A questo punto David deve scappare, e si unisce ai Solitari. Capisce però che è come finire dalla padella alla brace, perché qui è assolutamente vietato avere qualunque tipo di relazione amorosa, pena il Bacio Rosso, cioè il taglio delle labbra, o il Sesso Rosso, che è meglio non approfondire cosa sia.
E giustamente David, che nelle relazioni come Pontomedusa è un vero fortunello, ora che è in un posto dove è vietato avere storie d’amore che fa? Si innamora, e pure ricambiato! Di una ragazza che è miope, come lui. Perché, come detto, qua se non c’è un tratto in comune non si pensa che due persone possano stare insieme, un po’ come le affinità calcolate dai siti di dating, praticamente, portate all’estremo.

La Leader dei Solitari scopre la tresca, e porta la ragazza di David in città per correggere la sua miopia col laser. In realtà già questo sarebbe un piano geniale, perché una donna che ci vede bene, secondo i loro cervelli bacati, non può amare un miope, e quindi distruggerebbe la loro relazione; ma siccome la Leader è proprio cattiva, corrompe l’oculista perché accechi la poveretta.

David, quando lo scopre, decide di fuggire comunque con l’amata, ma prima si vendica della Leader lasciandola legata in una fossa, in modo che i lupi la divorino.
Finalmente David e la sua ragazza arrivano in città e potrebbe essere un lieto fine, ma…
…ma una cieca e un miope non possono amarsi, no? E quindi David, dopo essersi fatto mostrare tutte le parti di lei che preferisce, per imprimersele bene nella mente, va a cavarsi gli occhi con un coltello, mentre lei aspetta tranquilla bevendo acqua minerale.

…e vissero tutti felici e contenti.

 

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Di psiche, ultime perle e disgusto

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Avvertenza: questo post contiene SPOILER, che lo rendono più aerodinamico, quindi attenzione ai colpi d’aria, che poi vi viene il torcicollo.

Quando uscirono i primi trailer di Inside Out, la prima cosa a cui pensò Pontomedusa fu Herman’s head, telefilm che la piccola Pontomedusa guardava il pomeriggio su Rai Tre anziché fare i compiti. Le sembrava un chiaro omaggio e pensò semplicemente che il film della Pixar lo avrebbe visto volentieri.

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Nella testa di Herman vivevano Lussuria, Ansia, Sensibilità e Razionalità.

Ma il Popolo della Rete la pensava diversamente. Evidentemente, era composto di persone che, da ragazzi, il pomeriggio facevano i compiti, perché passò dal celebrare il film per l’originalissima idea di base a insultarlo come copione quando finalmente qualcuno fece presente l’esistenza del vecchio telefilm.
Adesso lo hanno scritto anche su Wikipedia, quindi la transizione è completa.

Visto che non si poteva più celebrare il film per l’originalità dell’idea della Psiche rappresentata da varii personaggi, ma poiché per la Pixar bisogna fare il tifo a prescindere, ecco tutti ad applaudire per il profondo messaggio del film: la Tristezza serve per apprezzare la Felicità.

Ah, questo sì che è un messaggio nuovo e mai sentito! Ah, tranne che Pontomedusa, ancora bambina, lo aveva trovato in una favola di Andersen che ancora adesso ama copia/incollare nei commenti dei messaggi tristi su Facebook, sicura che nessuno leggerà fino in fondo e quindi l’amico di turno non capirà mai perché cacchio Pontomedusa si metta a scrivere favole a commento del suo post su quanto si senta depresso perché è finita l’ultima stagione di The walking dead.

La favola si chiama L’ultima perla, e la copio/incollo anche a voi, così potete ignorarla e saltare subito alla fine del corsivo per leggere il finale del post:

Era una casa ricca, una casa felice; tutti, padroni, servitori e amici, erano contenti e beati, perché quel giorno era nato un erede, un maschietto, e madre e figlio stavano bene.

Lo spirito tutelare della casa stava a capo del letto, e sopra il bambino, attaccato al seno della madre, si stendeva come una rete di stelle lucenti e preziose: ciascuna di esse era una perla di felicità. Tutte le buone fate della vita avevano portato i loro doni al neonato, e lì risplendevano la salute, la ricchezza, la felicità, l’a­more, in breve, tutto quel che gli uomini possono desiderare su questa terra.

– Tutto è stato portato in dono! – dichiarò lo spirito tutelare.

– No, – replicò una voce lì vicino, quella dell’angelo custode del piccolo. – Una fata non ha ancora portato il suo dono, ma lo porterà, dovessero anche passare degli anni, lo porterà. Manca l’ultima perla!

– Manca? Ma qui non deve mancare nulla, e se è vero quello che dici, cerchiamo quella fata potente, andiamo da lei!

– Sei tu a volerlo, – disse l’angelo custode del bambino. – Ti porterò da lei, dovunque essa sia!

E sì librarono, tenendosi per mano, verso il luogo dove si trovava in quell’attimo la fata che cercavano.

In mezzo alla stanza c’era una bara scoperchiata; in essa riposava il cadavere di una donna ancora nel fiore degli anni.

– Dove mi hai condotto? – chiese lo spirito. – Qui non c’è nessuna fata la cui perla sia tra i doni più belli della vita.

– Ora essa è qui, proprio in questo sacro momento, – assicurò l’angelo custode, indicando un angolo.

Lì sedeva ora una donna straniera, con un ampio e lungo vestito, la fata del dolore; ora era lei la padrona, la madre, al posto della morta. Una lacrima ardente le cadde in grembo e si tramutò in una perla risplendente di tutti i colori dell’arcobaleno; l’angelo l’afferrò e la perla scintillò come una stella dal semplice splendore.

– La perla del dolore, l’ultima, quella che non può mancare! È lei che moltiplica lo splendore e la potenza delle altre.

Ma alla fine, il film è bello? Ma sì che è bello, e anche commovente. E forse vi chiederete, ma quale emozione guiderà mai nel cervello di Pontomedusa?

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Buonasera, sono Pontomedusa, sono una pheega spaziale ma continuo ad incontrare pirla, ormai faccio la collezione, spero di finire presto l’album così magari finalmente ne incontrerò uno decente!

E’ trendy, carina, sarcastica, l’unica sana di mente in un mondo di pazzi in delirio, e ha pure gli occhi verdi. Eh sì, Disgusto è la versione psichica di Pontomedusa.

Di paradossi temporali, ermafroditi e confusione mentale

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Avvertenza: questo post contiene SPOILER, che lo rendono più aerodinamico, quindi attenzione ai colpi d’aria, che poi vi viene il torcicollo.
Dico sul serio: non leggete questo post se non avete già visto
Predestination o letto il racconto da cui è tratto, Tutti voi zombie.

Un agente cerca di disinnescare una bomba ma non ci riesce, e l’esplosione gli dà fuoco alla faccia. In preda al dolore, cerca di raggiungere una custodia da violino: un’altra persona gliela avvicina, e appena l’agente riesce a toccarla si smaterializza.

Si sveglia tutto fasciato in un ospedale futuristico. Gli spiegano che la sua faccia non sarà più la stessa e che c’è anche un danno alle corde vocali, ma comunque presto si riprenderà abbastanza da compiere l’ultima missione. Il medico appunta anche sulla cartella che ci sono segni di danni mentali, ma non ne fa parola al paziente. Il protagonista è infatti un agente temporale, che cerca di impedire a un terrorista attivo negli anni ’70, Fizzle Bomber, di compiere le sue stragi.

Tolte le fasciature, scopriamo che l’agente è Ethan Hawke con la faccia un po’ rovinata dalle cicatrici. Dopo poco tempo, però è tornato abbastanza caruccio da trasportarsi, tramite la custodia di violino che in realtà è una macchina del tempo portatile, negli anni ’70, dove lavora sotto copertura come barman.

Uno degli avventori è un tizio che sembra una donna. Anzi, secondo me è proprio una donna. Infatti, dopo un po’ di conversazione, arriva la rivelazione: è proprio una donna!

Ah vabbè, se va avanti così, pensa Pontomedusa. Ma una volta tanto si sbaglia.

Comunque, noi volevamo vedere un film di fantascienza e invece ci troviamo proiettati in un feuilleton.

Negli anni ’50, Tiziochesembraunadonna è appunto una bambina, abbandonata di fronte a un orfanotrofio. E’ una bambina bruttina, manesca e molto intelligente. Giunta alla maggiore età, un ufficiale governativo, il Signor Robertson, le offre un lavoro come prostituta spaziale: le donne infatti in quegli anni non possono fare gli astronauti, ma c’è un nuovo innovativo programma per portarle nello spazio in modo da fornire “compagnia particolare” agli astronauti.

Sembra incredibile, ma Tiziocheèancoraunadonna desidera questo lavoro da morire, tanto è il suo desiderio di andare nello spazio. Si fa però coinvolgere in una rissa, e per questo viene espulsa. In realtà, Pontomedusa sospetta che il vero motivo stia negli esami medici, visto che il dottore accenna al Signor Robertson che i risultati mostrano che la ragazza non può fare parte del programma (nota per gli sceneggiatori: Tiziocheèancoraunadonna non ha assisitito a questo avvenimento, e visto che questo flashback è un suo racconto, è legato al suo punto di vista, quindi non dovreste mostrarci cose che lei non sa…vabbè, mettetevi un appunto per il prossimo film che scriverete).

Tiziocheèancoraunadonna va quindi a fare le pulizie per mantenersi, mentre la sera va a scuola di buone maniere nella speranza che il Signor Robinson la faccia riammettere nel programma.
E qui conosce un uomo, di cui non vediamo il volto né sentiamo la voce (qui Pontomedusa avrebbe dovuto insospettirsi, ma a volte è davvero ingenua) che dopo un po’ sparisce nel nulla.
Poco dopo il Signor Robertson torna da lei per proporle un lavoro da agente temporale, ma Tiziocheèancoraunadonna scopre di essere incinta, e così va tutto in merda.

Tiziocheèancoraunadonna partorisce col cesareo, ma quando si risveglia dall’intervento viene informata che i medici, operandola, hanno scoperto che è un ermafrodita, con gli organi maschili rimasti all’interno dell’addome. Poiché a causa di un’emorragia massiva hanno dovuto asportare utero e ovaie, hanno pensato bene di sottoporla a un intervento di riassegnazione del sesso al volo, senza informarla, utilizzando i suoi organi maschili ancora intatti.
Ora, a voi questa sembrerà forse una cagata spaziale (per rimanere in tema), un’esagerazione che, anche in un racconto di fantascienza, minaccia seriamente la sospensione dell’incredulità.
Ma meno male che invece c’è Pontomedusa che vi impara le cose, e vi racconta che negli anni ’60 ci fu il caso di un bambino il cui pene fu irrimediabilmente danneggiato da una circoncisione malfatta, e i medici ebbero la bella pensata di terminare il lavoro costruendogli una bella vagina e riconsegnandolo ai genitori dicendo loro di trattarlo da bambina e somministrargli estrogeni quando fosse arrivata l’età dello sviluppo sessuale.

Quindi insomma, Pontomedusa non si scompone.
Tiziocheadessoeffettivamentenonèpiùunadonna invece un po’ sì, comprensibilmente, ma si scompone ancora di più quando sua figlia viene rapita da ignoti, e mai più ritrovata.
Dopo quasi un anno, la riassegnazione del sesso è completa, e Tiziochesembraunadonnaeorasappiamoperché, dopo le prime difficoltà, comincia a guadagnarsi da vivere scrivendo confessioni di vita vera per una rivista tipo Intimità con lo pseudonimo di Ragazza Madre, nutrendo un odio profondo per l’uomo che l’ha sedotta e messa incinta, dando inizio a tutta la catena di eventi che ha distrutto tutte le possibilità di realizzare i suoi sogni.

Il Barista gli fa una proposta: lo porterà di fronte a quell’uomo e lui potrà ucciderlo, e se lo farà potrà diventare un agente temporale.
Il modo è semplice: il Barista porterà Tiziochesembraunadonna indietro al momento in cui i due si sono conosciuti. Qui Pontomedusa finalmente recupera le sue facoltà mentali, complice anche il fatto che diversi personaggi canticchino I am my own granpa (il paradosso temporale per eccellenza) e dice: non è che il seduttore è proprio lui stesso, e che il Barista lo sta portando sul luogo dell’incontro proprio perché il destino si compia?

E infatti.

Mentre Tizio consuma la sua storia d’amore con sé stesso (ma non si configura come incesto? brrr), il Barista torna indietro a prendere la loro bambina. Qui ha una conversazione con il Signor Robertson che gli dice che lui è l’agente temporale migliore perché è egli stesso frutto di un paradosso temporale. A questo punto Pontomedusa, che veramente quella sera non era molto brillante, pensa che potrebbe essere la figlia di Tizioancoradonna&Tiziononpiùdonna, ma è un maschio, quindi come è possibile? L’amica che è andata al cinema con Pontomedusa si rivela ben più sveglia di lei dicendole Vedrai che rapisce la bambina e la porta sulla soglia dell’orfanotrofio! E infatti va proprio così, Tizio è il proprio padre, madre e figlia. Aiut.

Il Signor Robertson mette anche in guardia il Barista dal fare un uso troppo spregiudicato dei salti nel tempo, visto che alla lunga possono causare deliri e demenza, e lui comincia già ad avere i primi sintomi.
Il Barista fa ancora un salto per aiutare il sé stesso ustionato avvicinandogli la custodia/macchina del tempo, va a recuperare Tiziononpiùdonna in modo che abbandoni Tizioancoradonna e diventi il migliore agente temporale di sempre…migliore qua, migliore là, aspetta…no, Pontomedusa stasera proprio non ce la fa.
Devono proprio metterle i sottotitoli per farle capire che il Barista è sempre Tizio, prima dell’esplosione non lo avevamo visto in volto e lo avevano ben detto che la sua faccia e la sua voce non sarebbero mai più state quelle di prima…ma oh, Pontomedusa quando ci si mette è di coccio.

Il Barista intanto, avendo assicurato la sua stessa esistenza, si rassegna ad andare in pensione, chiedendo di essere mandato pochi giorni prima dell’ultimo attentato di Fizzle Bomber.
Giusto, perché noi credevamo che il fulcro del film fosse catturare ‘sto terrorista, invece il film è quasi finito e niente.

No, aspetta: la macchina del tempo in sua dotazione dovrebbe essere disattivata, ma per un errore questo non avviene. Il Barista la vede come un’occasione per continuare la sua indagine sul bombarolo, ma esaminando meglio le prove gli viene un sospetto, che è già venuto anche a Pontomedusa (finalmente!): Fizzle Bomber è un sé stesso più vecchio, completamente rimbambito dai viaggi nel tempo, che fa saltare in aria la gente per prevenire delle tragedie che lui sa accadranno (il fatto che collateralmente faccia morire più gente di quella che sarebbe morta nella timeline originale non raggiunge il suo cervello ormai bacato).

Il Barista uccide il Bombarolo e previene così l’ultimo attentato. Ma non sarebbe meglio uccidere anche sé stesso, impedendo così tutti gli attentati precedenti?
Questo agli sceneggiatori non è venuto in mente. O magari, tornato a casa, il barista si limiterà a segnalare la mancata disattivazione della custodia, impedendosi così di viaggiare ancora nel tempo e fare casino.
Comunque il film è finito e noi abbiamo tutti mal di testa. Però siamo anche felici, perché abbiamo visto una cosa bella.

Maccio Capatonda ha fatto la cacca

italiano medio

Avvertenza: questo post contiene SPOILER, che lo rendono più aerodinamico, quindi attenzione ai colpi d’aria, che poi vi viene il torcicollo.

Italiano medio dovrebbe essere una parodia, ma sembra un documentario. Purtroppo.

Ha molto a che spartire con Idiocracy, potrebbe quasi essere lo stesso film, il remake italiano, se non fosse che in Idiocracy c’è più speranza, perché l’americano medio del presente è ancora passabile, e siamo ancora in tempo per invertire la tendenza affinché l’americano del futuro non diventi come quello del film; l’Italiano medio, invece, è già nel presente, e non c’è rimedio.

La soluzione presentata dal film alla situazione alla Dr Jekill e Mr Hyde non è affatto sciocca dal punto di vista narrativo, e non è nemmeno assurda, dal momento che secondo la psichiatria attuale la cura per la personalità multipla è integrare le varie personalità in un unicum più sfaccettato.

Ma è chiaro che quello che a livello diegetico è presentato come un lieto fine, a livello extradiegetico (anche per l’autore stesso), non lo è affatto, in quanto trionfo proprio della mediocrità.

Anche il pre-finale alla Fight Club non è affatto posticcio, ed è anticipato dalla chiarissima citazione del Project Mayhem, non solo nella scena più eclatante ma nella trama tutta (quello dei Salmoni non è forse un Progetto Caos?) e, più sottilmente, dai titoli di testa, in cui viene citato Brad Pitt, per correggersi (com’è ovvio) immediatamente dopo.

Insomma, voi vedetela come volete, ma per me è un film di valore scritto da uno che chiaramente ne sa.
E inoltre, contiene una frase di grande profondità che da oggi diventerà il mio motto: “Nelle tue parole sento solo scoregge, ma quando farai la cacca?”
Con questo film, Maccio la cacca l’ha fatta.

Farfuglianti considerazioni sparse sull’Uomo Uccello (e no, non è Rocco)

birdman

Avvertenza: questo post contiene SPOILER, che lo rendono più aerodinamico, quindi attenzione ai colpi d’aria, che poi vi viene il torcicollo.

Birdman sembra finire come Il Cigno Nero, che poi a pensarci ha tante cose in comune, e non solo il tema ornitologico: ma poi il regista aggiunge quella codina di 10 minuti che sembra spiegare tutto, però non spiega niente, e alla fine torna allo stile Cigno Nero, il finale in cui non si capisce un cazzo, però bello.

E a pensarci ancora meglio, Birdman è praticamente un altro film di Aronofsky, The wrestler. E film di supereroi d’antan e wrestling sono due capisaldi dell’intrattenimento per ragazzini della Generazione Y, quindi altra connessione.

E Iñárritu non è un coglione, eh; la fasciatura che è la maschera di Birdman, maschera che rimane tatuata dai lividi anche quando la fasciatura viene tolta, a indicare la totale trasformazione di Riggan nel suo alter ego, l’accettazione del suo vero sé.

La storia della pistola l’avevo capita dopo dieci minuti, ma in fondo è anche quello un fondamento del teatro, la Pistola di Cechov, e bravo Iñárritu e bravi tutti, che ci facciamo l’occhietto e ci diamo le gomitate nelle costole a vicenda.

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No, non questa.

E la musica extradiegetica che invece è diegetica, ma nel momento in cui la scopriamo tale aumenta il senso di straniamento; una volta, due, poi mi ripeti lo stesso trucchetto con la voce che recita Shakespeare, e che siamo scemi, abbiamo capito, e allora tu, Iñárritu, fai il giro doppio riecheggiando la prima scena, quella con l’attore cane prima che gli cada la luce in testa, che pure quella era una scena straniante, bravo Iñárritu, bravo.

Ma alla fine, Iñárritu, che sei pretenzioso pure nel nome, passi l’accento ma mannaggia alla tilde che non so mai dove trovarla sulla tastiera, hai fatto un bel film?
Sì, è un bel film, ma tutti quegli accenti e quelle tildi mi danno sui nervi, e sì che so usare extradiegetico in una frase, anche se sembro una cazzona, eh, Iñárritu.

Di amnesie, viaggi nel tempo e protagonisti più tonti di Homer Simpson

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Avvertenza: questo post contiene SPOILER, che lo rendono più aerodinamico, quindi attenzione ai colpi d’aria, che poi vi viene il torcicollo.

The Butterfly Effect inizia che sembra I Goonies: abbiamo questo gruppetto di ragazzini amici per la pelle, Evan il protagonista, Lenny il ciccione imbranatello, Tommy quello un po’ stronzo, e la sua sorellina Kayleigh a soddisfare il Principio di Puffetta.

Certo, c’è qualche variazione inquietante.
Il padre di Kayleigh e Tommy obbliga Evan e la figlia a girare video pornografici.
Il padre di Evan è in manicomio e capiamo perché quando, durante una visita, cerca di strangolare il figlio, e per fermarlo le guardie lo uccidono davanti al bambino.

Con questa situazione, non stupisce che Evan soffra di amnesie e faccia cose strane come farsi trovare con un coltello in mano e lo sguardo perso nel vuoto, o si impali le mani con dei punteruoli davanti alla maestra.
La madre lo manda, comprensibilmente, da uno psicologo, che probabilmente ha preso la laurea coi video di Youtube, perché manco si rende conto degli abusi di cui è vittima Evan.
Comunque forse non è tutta colpa sua perché, come vedremo, l’origine dei disturbi di Evan è soprannaturale. Soprannaturale! Uh! Ah, forse non avrei dovuto dirvelo adesso; forse voleva essere un colpo di scena? Be’, però lo sapevate da prima che era un film di fantascienza, quindi avreste dovuto aspettarvelo, no? Oh, insomma, andiamo avanti.

Per fortuna, Evan può dimenticare un po’ le sue disgrazie giocando con i suoi amichetti; insieme si dedicano a classiche attività ludiche dell’infanzia quali mettere della dinamite in una cassetta della posta (purtroppo causando la morte di una donna e del suo bambino neonato, ma sono contrattempi che possono capitare) e dare fuoco ai cani (come fa Tommy col cane di Evan).

Grazie agli dei, Evan si trasferisce e lascia questa gabbia di matti; stranamente, basta questo per porre fine alle sue amnesie e diventare un ragazzo normale, tanto che qualche anno dopo lo ritroviamo all’università.
Kayleigh invece è una cameriera spiantata e Lenny è diventato una specie di ritardato a causa del Trauma (visto che è stato lui a mettere materialmente l’esplosivo nella cassetta della posta), ma queste cose Evan ancora non le sa, visto che ha tagliato da anni i ponti coi suoi amici di infanzia disturbati.
Evan sta rileggendo i suoi diari, e scopre che tramite essi può tornare indietro nel tempo, possedendo il suo corpo di allora. Capito? Le amnesie erano i momenti in cui il suo Io adulto tornava nel passato! Cioè, praticamente Evan si sta traumatizzando da solo, non bastassero tutte le sciagure che già gli sono capitate.
Se cambia qualcosa, solo Evan ricorda tutte le linee temporali, mentre gli altri non si rendono conto che il passato sia stato cambiato, e per loro l’unica realtà è quella attuale.

Capiamo anche che il padre aveva gli stessi poteri di Evan, e per questo è finito in manicomio. Questo già non fa ben sperare, e se Evan fosse un pochino intelligente dovrebbe arrivarci da solo che forse non è il caso di sfruttare queste capacità, ma viene a sapere che Kayleigh si è suicidata, e la morte della fidanzatina delle medie che Evan non si cagava più da anni a quanto pare è sufficiente per gettare alle ortiche tutte le obiezioni dettate dal buon senso e viaggiare nel passato per cambiare le cose.

Ora: lo sanno tutti che cambiare il passato porta sempre guai, si è visto anche in una puntata dei Simpsons:

Insomma, Evan è più scemo di Homer, e decide quindi di tornare indietro e dare al padre di Kayleigh del porco pedofilo, in modo che li lasci stare.
Quando torna indietro, Evan si trova fidanzato con Kayleigh, ora sua compagna all’università; Lenny probabilmente è nello stesso stato di prima, comunque non lo vediamo, e poi a chi gliene frega di Quello Ciccione?
Purtroppo però Tommy è diventato ancora più psicopatico di prima perché è stato l’unica vittima degli abusi del padre (voglio dire, nella timeline precedente dava fuoco ai cani vivi, quindi già prima non è che fosse messo tanto bene), e aggredisce Evan con una mazza da baseball dopo averlo visto con la sorella.
Evan si sente coglionato perché l’unica arma a sua disposizione è lo spray al peperoncino, ma in qualche modo riesce a sconfiggere Tommy, anzi, forse esagera un po’, perché lo uccide.
Spray al peperoncino uno, mazza da baseball zero!

Pur trattandosi palesemente di legittima difesa, senza nessuna spiegazione, Evan finisce in galera. Non gli fanno nemmeno il processo. Inoltre, Kayleigh lo odia per avere assassinato suo fratello (di nuovo, il fatto che si sia solo difeso a quanto pare vale come il due di picche quando la briscola è cuori).

Evan decide che stare in galera in mezzo ai galeotti stupratori non gli piace tanto, e decide di cambiare di nuovo il passato per mettere tutto a posto.
E cosa gli dice la sua mente da scienzià? Di tornare a quando Tommy diede fuoco al suo cane, per consegnare a Lenny un punteruolo da usare per tagliare il sacco in cui il cane è stato rinchiuso da Tommy.
Ci stupisce che, nella collutazione che ne segue, Lenny finisca per pugnalare Tommy? No, però noi non siamo scienzià.

Evan quindi rimane molto sorpreso quando torna nel presente e scopre che Lenny è impazzito completamente ed è rinchiuso in manicomio, mentre Kayleigh per il dolore della perdita del fratello è diventata una prostituta tossica.

Chiaramente lasciare le cose così non ha senso, quindi tanto vale farsi un altro viaggetto. Prima di tutto Evan va nel passato per dare un salutino al padre, che capisce che sta parlando col figlio adulto (anche se nel suo corpo di bambino) e, comprendendo che anche il figlio ha il Potere, cerca di ucciderlo.
La reazione del padre non fa venire a Evan il minimo dubbio sul fatto che forse dovrebbe lasciare perdere questa storia dei viaggi nel tempo, e il ragazzo torna indietro per impedire lo scherzone della dinamite nella cassetta della posta che ha causato la morte della donna e del bambino. Vediamo Evan correre verso la cassetta pochi secondi prima dell’esplosione, gridando alla donna di stare lontana, e…

Evan torna al presente.
Kayleigh sta benone, Lenny pure, persino Tommy è diventato un bravo ragazzo timorato di Dio. Cosa potrà esserci mai che non va?
Mah, secondo voi cosa potrebbe succedere a un bambino che tende le mani verso una cassetta della posta due secondi prima che esploda? Eh, esatto. Evan ha perso le braccia. E’ anche sulla sedia a rotelle, anche se in questo caso non ho capito perché (quando la deflagrazione l’ha lanciato lontano, magari ha battuto la schiena e si è rotto una vertebra? Mah, non viene mai spiegato, comunque l’importante è rappresentare l’apoteosi della sfiga).
Ovviamente Kayleigh non può mica stare con un povero paraplegico amputato sfigato, e quindi si è messa con l’ora brillante Lenny. E’ chiaro che Evan rosica da morire, però dobbiamo dargli credito: è un bravo ragazzo, e sarebbe disposto a sacrificarsi e ad accettare questo presente dove tutti gli altri sono felici, se non fosse che, come se non avesse già abbastanza guai, sua madre, a causa del dolore per l’incidente del figlio, ha cominciato a fumare e, manco a dirlo, adesso ha il cancro. Ora, la maggior parte dei fumatori comincia intorno ai quindici anni, secondo la logica del film dovrebbero essere tutti morti prima dei trentacinque anni, cosa che aneddoticamente non mi risulta.
O forse Evan porta veramente tigna.

Insomma, Evan torna di nuovo al fattaccio della molestia sessuale, e decide di minacciare il padre di Kayleigh con la dinamite: in questo modo, nella sua testa, Kayleigh non sarà molestata e la dinamite non potrà essere usata per lo scherzo della cassetta della posta.
Però, manco a dirlo, succede un casino, e va a finire che la dinamite esplode uccidendo Kayleigh.

Nel presente, Evan è in manicomio, a causa del trauma causatogli dall’avere ucciso la sua amichetta. Inoltre, viene a sapere che il suo cervello sta degenerando, come se fosse sovraccaricato, e potrebbe morire da un momento all’altro. Questo è chiaramente l’effetto dei ricordi di tutte le vite possibili che si sovrappongono, ma questo i medici non lo possono capire, visto che credono che Evan sia semplicemente pazzo, proprio come suo padre.
Inoltre, in questa timeline Evan non ha mai scritto i diari, quindi non sa come tornare indietro per cercare di mettere l’ultima pezza. Quando sente che il padre era fissato con un album di foto mai esisitito, capisce che può tornare indietro usando dei vecchi filmini come àncora, e torna al suo primo incontro con Kayleigh, dicendole brutte cose per farla piangere.

Ecco fatto: lui e Kayleigh non sono mai diventati amici, quindi Kayleigh al divorzio dei genitori non ha scelto di restare col padre per rimanere vicino a Evan: lei e Tommy si sono trasferiti con la madre e quindi niente molestie, cassette che esplodono e cani in fiamme.
Lenny sta bene e va all’università con Evan.

Anni dopo, Evan camminando per strada incrocia Kayleigh, che sembra una donna di successo. Anche lei si gira a guardarlo, come se sentisse una connessione con lui, poi ognuno continua per la sua strada.
Questo è il finale dolce-amaro: ce n’erano anche altri due più lieti, poi scartati in fase di produzione, in cui Evan decide di seguire Kayleigh in un caso, rivolgerle la parola nell’altro; ma rispetto a quello del Director’s Cut, non ci dobbiamo lamentare.

Sì, perché in questo finale alternativo Evan torna all’epoca in cui era ancora nell’utero e si strozza col cordone ombelicale, in modo da non esistere e non fare danno. Il lamento della madre, che dice che questo è il terzo bambino che perde, ci fa capire che Evan ha avuto dei fratelli che sono tutti tornati indietro per suicidarsi.
Allegria!

Di vero finger food, ninja mafiosi e fiumi di sangue

machine girl

Che dire di Machine Girl?
Intanto, che per una volta la recensione non sarà affatto ironica. Il film è proprio così, ed è chiaro che volutamente non si prenda affatto sul serio. Immaginate una parodia degli anime ultra-violenti alla Hokuto no Ken e Berserk, fatta con gli attori veri, e cominciate ad avvicinarvi un pochino.
Ad ogni modo, se il sangue vi fa impressione, lasciate perdere. Sul serio. Anche questo post, che ci sono delle scene tratte dal film.

Il primo problema è un limite mio: dovete sapere che Pontomedusa non è affatto fisionomista. Quando ho visto L’avvocato del diavolo, sono rimasta convinta che la moglie di Keanu Reeves e l’avvocatessa porcona fossero interpretate dalla stessa attrice. Ne avevo addirittura dedotto tutto un sottotesto di bene/male, lato chiaro/lato oscuro…poi, anni dopo, mi hanno svelato che l’avvocatessa è Connie Nielsen, non Charlize Theron, e ci sono rimasta demmérda.
Potete quindi capire quanto per me non sia facile seguire un film in cui gli attori sono tutti giapponesi, tutti coi capelli neri e spesso pure vestiti uguali, dato che in molte scene i personaggi indossano la divisa scolastica.
Detto questo, cominciamo.

Il film comincia in medias res, con la Machine Girl che ha già una mitragliatrice al posto del braccio amputato, che fa fuori un gruppo di bulletti, con profusione di estremità mozzate e sangue che sprizza con la stessa pressione di un’eruzione vulcanica.
Questo perché l’utente medio del film non può mica aspettare che finisca tutto l’antefatto prima di vedere un po’ di sana viulènza! Quindi prima siparietto splatter, e poi flashback per capire come ci siamo arrivati.

Ami è una giovane studentessa ancora in possesso di entrambe le braccia e di un fratello minore un po’ sfigato, che infatti si fa angariare dai bulli.
I due ragazzi sono orfani, e Ami si prende cura del fratellino Yu come una madre. Quando Ami lo vede con un occhio nero, Yu si vergogna di dire che è stato menato, dileggiato e ricattato e dice di avere fatto a botte e di averle anche un po’ date.
Ami gli ricorda che con la violenza non si ottiene niente. Meno male che le successive vicende del film le faranno capire la fallacia di questa convinzione e le insegneranno che fare a pezzi la gente è bello.
Ma andiamo con ordine.

Il capo dei bulletti, Sho, è figlio di una specie di ninja mafioso, e per sottolineare questo suo status di privilegiato porta, sopra l’uniforme di scuola, un costoso ma sobrio e raffinato giubbottino di leopardo con bordo di pelliccia.
I suoi sgherri inseguono Yu e il suo amico Takeshi. Ami li vede e cerca di raggiungerli, ma nella fretta urta una lattina di proprietà di un gruppetto di avanzi di galera e, anziché continuare a correre, da brava giapponese si ferma per fare l’inchino e scusarsi.
Gli energumeni ne approfittano per tentare di usarle violenza; Ami li gonfia di botte tutti e quattro senza problemi, ma il piccolo contrattempo la rallenta, e arriva giusto in tempo per trovare Yu e Takeshi spiccicati al suolo, spinti giù dalla Banda del Bullo.
Segue grande momento mariomérolo con Ami che si dispera tenendo tra le braccia il corpo del fratello.

La morte dei due ragazzi viene classificata come suicidio. Ami crede siano stati invece assassinati, ma nessuno le dà retta, nemmeno i genitori di Takeshi, anche perché i genitori di Ami e Yu si sono suicidati dopo essere stati falsamente accusati di omicidio, e questo comprensibilmente non fa bene alla reputazione dei ragazzi.

Ami allora decide di fare tutto da sola: trova fra gli appunti del fratello la lista dei ragazzi che lo tormentavano e va trulla trulla a casa del primo, ad accusarlo di omicidio.
Qua fra l’altro la mia confusione aumenta perché, a causa della Sindrome dell’Invecchiamento della Donna Giapponese, le madri dei ragazzi sembrano della stessa identica età di Ami, e quindi per capire che sono mamme e non compagne di scuola mi ci vuole una certa concentrazione.
Comunque, i genitori di Bullo Uno sono degli assassini psicopatici tali e quali al figlio, e di fronte alle accuse di Ami cercano di ucciderla, ma riescono solo a friggerle il braccio, che si trasforma in un enorme tempura.

No, davvero.

No, davvero.

Qualche ora dopo Ami, che in qualche modo è riuscita a liberarsi della pastella (e il braccio sotto è ancora sanissimo, nemmeno una minuscola scottatura), torna e massacra Bullo Uno e sua madre, non prima di essersi fatta dire il nome del capo della Banda del Bullo. Il padre, invece, lo schernisce ricoprendolo col sangue del figlio che schizza dal collo senza più testa (la scena è bellissima, il taglio è pulito e poi a comando comincia a uscire il sangue, come se Yu avesse aperto un rubinetto) ma, incomprensibilmente, non lo uccide (e mal gliene incoglierà).
Si reca dunque a casa di Sho, dove la famiglia è impegnata in una delle loro comuni occupazioni, ossia tagliare le dita a un cuoco che per sbaglio ha rovesciato dei noodles addosso al rampollo e fargliele mangiare a mo’ di sushi. Quando si dice “finger food”.

No, davvero.

No, davvero.

In un tripudio di stelline ninja e coltelli, Ami quasi riesce a uccidere Sho, ma viene fermata dal padre di lui e catturata.
Viene incatenata al soffitto e menata di mazzate, poi il padre di Sho tira fuori il colpo da maestro e le taglia le dita della mano sinistra. La moglie, però, è indispettita che ci si accontenti di così poco, quindi, mentre il marito sta uscendo con la katana ancora in mano, gli fa lo sgambetto: la spada gli sfugge di mano e trancia il braccio della sfortunata Ami (no, davvero).

Ami riesce a fuggire, approfittando di uno degli sgherri del padre di Sho che le si avvicina un po’ troppo nel tentativo di usarle violenza, e riesce ad arrivare fino al giardino della famiglia di Takeshi prima di collassare.
Ora, il braccio aveva smesso di sanguinare dalla scena prima (anche perché a quest’ora Ami sarebbe ben morta dissanguata), eppure a quanto pare la ferita era sempre aperta, perché il padre di Takeshi sente il bisogno di dare due punti al moncherino col kit del punto croce (credo abbia fatto il corso di primo soccorso con Lindsay Lohan).

Il fatto che Ami abbia perso un braccio fa capire ai due gonzi genitori addolorati che forse forse la ragazza aveva ragione, e decidono di aiutarla a vendicare Yu e Takeshi.
La madre la allena con tecniche da Tana delle Tigri, e il padre le costruisce una protesi mitragliatrice: solo che, cinque minuti prima che sia pronta, arrivano i ninja mafiosi per ammazzare tutti.
Ami e la madre di Takeshi tengono impegnati i ninja assassini mentre il padre finisce il braccio artificiale. Riesce a passarlo a Ami che finalmente sconfigge i ninja, ma non riesce a salvare il padre di Takeshi, che muore affettato da una miriade di stelline ninja, stile Scuole di Nanto.

Ami si nasconde in una casa con la madre di Takeshi, Miki, che è ferita, e uno degli sgherri mafiosi (non ninja), che ha catturato.
La ferita di Miki è infetta, ma lei rifiuta di curarsi per potere seguire Ami e avere così la sua vendetta.

Frattanto, il padre di Sho riunisce i genitori di tutti i cattivoni uccisi da Ami (incluso il padre di Bullo Uno) e li invita a vendicarsi ammazzando la ragazza.

Ami e Miki torturano Sgherro-Non-Ninja piantandogli chiodi in faccia finché non confessa dove si trova la famiglia di Sho, e lo obbligano a portarle lì.
Non lo avrei mai detto per un film così, ma Miki fa presente a Ami che avrà bisogno di munizioni di riserva, e le consegna dei proiettili così potenti che potrebbero distruggere la protesi-mitragliatrice.

Intanto, il padre di Sho sfodera la sua arma segreta: i genitori dei cattivoni uccisi! Anche loro sono guidati dalla stessa cosa che è la forza di Ami e Miki, e cioè il desiderio di vendicare i loro cari! Dalle facce da pesce lesso delle nostre due eroine, che vorrebbero essere sguardi intensi, capiamo che questo li rende nemici temibili.

In un modo o nell’altro riescono a sconfiggere i Genitori Incazzati, ma Ami finisce le munizioni proprio quando viene attaccata dal padre di Sho! Miki riesce a salvarla, ma nella lotta perde una gamba.
Ami la lascia per inseguire il padre di Sho e riesce a ucciderlo, ma per sparargli con le Munizioni Putentissime distrugge la protesi. Intanto, Miki viene aggredita dal padre di Bullo Uno, che se lo erano dimenticato vivo, ma riesce a infilarsi una protesi-motosega che il marito aveva preparato per Ami in alternativa alla mitragliatrice, e sconfigge l’avversario prima di morire a sua volta per dissanguamento.

Ami, a cui nella lotta si è strappata la camicetta per un po’ di sano fanservice, dà l’estremo saluto a Miki e recupera la protesi-motosega, pronta a terminare la sua vendetta.
Trova Sho che però, da bravo codardo quale è, si fa scudo con tre Ragazzini Anonimi mai visti prima.
Ami affronta allora la madre di lui che, per l’occasione, ha indossato la sua arma più temibile: il famigerato reggiseno trapano.

No, davvero.

No, davvero.

Da principio il reggiseno trapano ha la meglio su Ami, e uno dei Ragazzini Anonimi, preso dal terrore, si fa pipì addosso. Io pensavo fosse l’ennesima scena estrema gratuita, invece no! Ami riesce a spingere la madre di Sho nella pozza di pipì, così la parte elettrica del reggiseno va in corto e la stregaccia rimane folgorata.
Voglio dire, l’ultimo film-cazzata di serie Z giapponese ha una scrittura più rigorosa di tanti blockbuster hollywoodiani.
Nel marasma che ne segue, Ami riesce a uccidere anche Sho e a liberare i Ragazzini Anonimi. Chiede loro di andare alla polizia a denunciare quello che è successo, poi si appresta a suicidarsi… ma un rumore dietro un cespuglio la fa desistere, e si mette subito in posizione d’attacco.
Il suo destino è la lotta! Fuck yeah!