L’Aggiungitore Seriale

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Se, come me, siete donne e avete un profilo Facebook, vi capiterà di tanto in tanto di ricevere richieste di amicizia da persone a voi sconosciute.

Se, come me, avete zero memoria per nomi e facce, e vi capita spesso di incontrare gente nuova di cui nel 90% dei casi non vi frega una beata minchia, se il tizio in questione ha delle amicizie in comune con voi accetterete la richiesta, pensando che sia appunto qualcuno che avete conosciuto e non avete memorizzato.

Attenzione però! Potreste essere incappato nel famigerato Aggiungitore Seriale.

Il primo indizio è che, meno di un millisecondo dopo avere cliccato su “Accetta”, si apre la casellina della chat.
In genere, è il tizio che vi scrive qualcosa tipo “Piacere di conoscerti!”
Ma piacere de che? Quindi non ci conosciamo?

Eh, no. L’Aggiungitore appunto cerca profili su Facebook e, appena vede la foto di una ragazza carina (come farà a giudicare da una foto formato francobollo? Ma mi sa che l’Aggiungitore-tipo è di bocca buona) le chiede l’amicizia con l’intenzione di circuirla e convincerla a uscire insieme.
Fra l’altro la sua serialità è un elemento del suo successo: se riesce a ottenere l’amicizia da una ragazza, contatterà le amiche della suddetta, che vedendo l’amicizia in comune accetteranno con maggiore probabilità…e via, in un circolo (per lui) virtuoso.

Io, all’ultimo che mi ha fregata, ho risposto così:
Pontomedusa: Scusa, ho sbagliato persona.
AS: Ahahah ma no, te l’ho chiesta io l’amicizia!
P: Sì, ma io l’ho accettata perché ti ho scambiato per un altro. Addio.

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Cuore svedese

 

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Un mese fa ci ha lasciati troppo presto Tommaso Labranca, uno dei pochi scrittori italiani, con Eco e Scerbanenco, che vorrei emulare quando scrivo le mie minchiate.

Non ricordo più quale famoso scrittore (Svevo?), prima di morire, chiese a un amico di bruciare tutti i suoi scritti, perché se ne vergognava; ma l’amico fortunatamente non eseguì, e tutta l’umanità potè venire a conoscenza di opere straordinarie.

Nell’epoca di internet, purtroppo, a Labranca bastava schiacciare un tasto per cancellare i suoi siti e i suoi blog quando non ne era più orgoglioso, cosa che puntualmente faceva, e che ha fatto purtroppo poco prima di morire.

Ma in qualche meandro del web, per fortuna, qualche suo lavoro esiste ancora. Io voglio ricordare T-La con un poemetto in cui mi identifico tantissimo; soprattutto da quando l’altro giorno, cambiando le lenzuola, ho scoperto che il mio materasso, inutilmente ad una piazza e mezzo, è proprio un Sultan.

hjärta

Ed una sera, verso le diciotto,
ci fu l’appuntamento nel parcheggio.
Era un mercoledì d’inizio autunno,
trenta settembre del duemilanove.
«Ho parcheggiato dove non potrei,
in quegli spazi per le donne incinte.
Lo faccio apposta, sai, non trovo giusto
che a noi, donne senz’ombra, sia negata
dal papa e dal governo ogni premura.
Persino nei parcheggi si diffonde
la discriminazione di chi è sola…»
Ti presi per un braccio, sorridendo.
«Ma dai», ti dissi. «In caso di controllo
dirò che sono il tuo caro compagno.
E che proprio stanotte tu hai saputo
di quella goccia che è sfuggita al nulla.»
Hai riso piano a quella citazione
con cui comincia un libro che alle medie
io lessi senza alcuna convinzione
costretto da una prof che non capivo
se fosse di sinistra o antiabortista.
Hai quello stesso libro a casa tua
e attende infine una sistemazione
diversa dalle mensole sbilenche
su cui traballa in pile un po’ precarie.
Per questo ci trovammo a Carugate:
per acquistare i Billy o forse i Flärke
su cui riporre tutti quei volumi
di cui leggerò i dorsi di sfuggita
le rare sere in cui verrò a trovarti.
Avranno i tuoi volumi quella requie
che noi non ritroviamo in nessun campo,
instabili nel cuore e nel lavoro
senza un affetto vero o un posto fisso.
Per nostra scelta, non per costrinzione,
ci abbandoniamo a vite non seriali,
a collaborazioni temporanee,
affetti light e poco impegnativi,
amori per email tra luoghi estremi
finiti se non scrivi per un giorno.
Entrando nel negozio tu mi hai detto:
«Facciamo tutto come tradizione,
coi fogli per segnare gli scaffali,
la borsa gialla che lasci alle casse,
col metro in carta e le matite in legno.
Ricordi quando eran colorate
di giallo e blu, non grezze come adesso?»
Sin dagli ambienti ove comincia il giro
sfiorammo i nostri simili in silenzio.
Ben poche le famiglie e si capiva
dal mare di palline, quasi vuoto.
Non c’era alcuna luce solidale
negli occhi di chi a noi era fratello.
Passavano le coppie con superbia
mostrando i vari gradi dell’amore.
Gli sguardi di chi è ai primi appuntamenti
e timido si studia perché solo
nei banner che ti invitano su Meetic
si ride e tromba fin dal primo incontro.
La noia delle storie prolungate
che forse troveranno nuova linfa
nei cambiamenti dell’arredamento.
Girammo senza fretta e senza accenni
ai nostri guai lasciati nel parcheggio.
Tacemmo di contratti e sentimenti parlarne,
in fondo, non sarebbe stato
che un interscambio di insoddisfazioni.
Scrivevi le tue scelte sulla lista.
Pensavo a casa tua e ti consigliavo
quell’altra forma o quell’altro colore.
«Deve piacere a me!» dicesti secca.
Ridendo poi accettasti la proposta.
«D’accordo, per stavolta ti accontento.
A patto che si resti nel mio budget.»
Ci dirigemmo verso il ristorante
sfiorando un tizio che col suo compagno
gridava per imporre al muto partner
la tinta delle tende del tinello.
«Le diciannove e trenta… ed è già buio…»
dissi a me stesso mentre mi sedevo
accanto a una finestra oltre la quale
scorreva lunga sulla tangenziale
la fila di chi andava verso case
dove vigeva l’ora della cena.
Intanto tu parlavi al cellulare
frasi accennate, mmh, mezze parole.
Ma io non t’avrei chiesto mai chi era,
così come tu non hai mai saputo
con chi avevo scambiato quei messaggi
mentre eravamo accanto alle cucine.
Un patto di reciproco pudore,
il fingersi di ghiaccio dentro il cuore.
Io non mangiavo mentre tu parlavi.
Contavo le polpette dentro il piatto,
fissavo il lago scuro dei mirtilli,
nel tuo, la chiazza rosa del salmone.
Poi quando hai chiuso hai detto solo: «Scusa…»
Alzando il bicchierone di cartone
brindammo insieme con il Lingonberry
al nuovo arredo del tuo appartamento.
Ne discutemmo ancora, disegnando
possibili scenari del salotto
sul tuo Moleskine nero già riempito
di cifre, conti, schemi e riflessioni
che io mi costringevo a non guardare.
Quanto restammo lì a schizzar piante,
a consumare una cena svedese,
con dietro le finestre la Brianza?
A un certo punto tu dicesti «È tardi»
e allora ci affrettammo al magazzino.
Dai fogli sparsi che tenevi in mano
leggevi gli scaffali e i corridoi.
Io prelevavo i pacchi e controllavo
che il serial number fosse quello esatto.
«Quanta fatica fatta per riporre
dei libri che ho comprato e mai sfogliato.
A volte, sai, mi sento così oca,
con tre nozioni senza alcun legame.»
Io ti citai Panofsky che diceva
quanto fosse europea la dispersione
della cultura senza un epicentro.
«Vuoi che ti presti il libro?» – «Ma sei matto?
Con tutti quelli che non ho ancor letto…»
La fila in cassa, il laser ed il timore
d’avere superato il massimale
della tua Visa, in fondo è fine mese…
Uscimmo col carrello troppo pieno
dal clima artificiale del negozio.
Provai quasi una gioia respirando
l’umidità d’autunno a Carugate.
Una foschia che appena percepivo
rendeva astratta l’aria nel parcheggio.
E senza una parola io compresi
che tu condividevi quel paesaggio
di luci gialle e costruzioni basse.
Lo amavi più di una terrazza al mare
di palme, spiagge e isole lontane.
Premesti il tasto sul telecomando
ti salutò la Panda in un festoso
accendersi di luci lampeggianti.
Poi caricammo insieme i pacchi piatti.
Ti dissi: «Ma davvero sei sicura
di scaricare tutto, tu da sola?»
«Ci penserà un vicino domattina.»
«Promettimi però che sarò io
ad aiutarti dopo nel montaggio.
La brugola per me non ha segreti…»
La tua breve risata fu sommersa
dal gracidare degli altoparlanti:
chiudevano il negozio, già le dieci!
Ci allontanammo in direzioni opposte
verso le nostre case modulari.
Diciotto gradi, apparve sul cruscotto.
Tra poco il freddo avrebbe messo fine
al denudarsi estivo dei burini.
Giungemmo quasi nello stesso tempo
ai piccoli paesi in cui viviamo
per scelta, per rivivere ogni giorno
lo stupore dello scendere in città.
Avrai anche tu bevuto del tè verde,
sfogliato un libro o scritto qualche mail.
La stessa delusione nel vedere
l’assenza di risposta a quel messaggio
inviato appena usciti dal parcheggio.
Spente le luci delle nostre Lykta
(bianca la mia, azzurra la tua, invece)
ci accolse il nostro materasso Sultan
inutilmente ad un piazza e mezzo.

Notti bianche

water

Certe volte, nel mezzo della notte, mi sveglio perché ho avuto un incubo.
Tremante e col batticuore, in quei momenti penso che vorrei un uomo grande e forte accanto, per tranquillizzarmi.

Certe volte, più numerose, nel mezzo della notte, mi sveglio perché devo fare pipì.
Sedendomi sul water, in quei momenti penso che l’uomo grande e forte probabilmente avrebbe lasciato la tavoletta alzata facendomi gelare il culo, e allora va bene così.

Autodafè

Non si spiega.

Ormai è passato più tempo da quando abbiamo smesso di frequentarci del tempo che ci siamo frequentati, eppure ancora sto male quando lo vedo, quando qualcuno lo nomina, quando ciccia fuori a sua foto su Facebook (rigorosamente da profili di amici comuni…il suo ovviamente ho smesso di seguirlo da tempo, non sono così masochista): insomma, eccheppàlle!
Lo sapete anche voi che Pontomedusa è una ragazza allegra, spiritosa e di scarsa sensibilità, e quindi tutto questo è proprio Out Of Character, come quelle fanfiction in cui Kenshiro è un compagnone a cui piace la pheega pronto a cadere fra le braccia della prima Mary Sue che incontra, o Andromeda è un ragazzo…un ragazzo. Punto.

andromeda

…eh.

E il bello è che non mi piaceva così tanto nemmeno quando uscivamo insieme.

Il fatto è che lui ha chiuso perché non voleva una storia seria, quando io manco mi ricordavo il suo nome e dovevo sempre fare la compilation dell’anagrafe quando lo volevo chiamare.
Credo che la verità sia che mi manda in bestia il fatto che lui se ne sia andato convinto che io fossi innamorata pazza di lui e volessi sposarlo, quando invece avevo appena deciso che mi faceva piacere averlo intorno per qualche ora.
Il fatto che, quando gli ho chiesto un incontro proprio per chiarire questi fatti, lui si sia defilato con scuse degne del corso di nausea e del gomito che fa contatto col piede, mi ha fatto salire la scimmia ancora di più.

Insomma non è affetto, ma dispetto.

Il Buddha dentro di me dice: ma che te ne fotte di quello che pensa lui? (Il Buddha è un po’ sboccato ma molto saggio).
Caro Buddha, tu in quanto tale sei un umano illuminato che se ne fotte di tutto, e io ti ammiro e vorrei essere come te, ma non ce la fo.
Mi rendo conto che quello che provo quando lo vedo è un desiderio di prenderlo a capate fortissime, ma essendo una persona civile e anche non-violenta non do seguito a questo desiderio, e questo impulso che non viene esternato si riversa all’interno, facendomi soffrire.

Purtroppo, sapere tutto questo a livello razionale non cambia una virgola di quello che sento.
Passerà? E be’, per forza che passerà. Nell’attesa, però, che palle!

Il Mipiacione

like

Il Mipiacione è la versione anni ’10 del piacione, cioè di quello che si appiccica alle ragazze tentando di fare il simpatico, solo che il Mipiacione, creatura del nostro tempo, si muove principalmente su Facebook, e la sua arma è il Mi Piace.

La prima caratteristica del Mipiacione è che le ragazze in questione non ne vogliono sapere. Se infatti lei fosse interessata , non troverebbe affatto sgradevole il comportamento di lui ma, anzi, sarebbe ben felice delle sue attenzioni: ma la regola è che solo gli uomini a cui non faresti buttare fuori la tua spazzatura si comportano così (ed è anche vero che probabilmente quelli che ci piacciono ci piacciono perché non fanno certe cose…eh, l’amore è complicato).
Corollario di questa prima legge è che il Mipiacione tu non lo conosci, o lo conosci appena: ci hai parlato 2 minuti a una festa, gli hai fatto ciao con la mano perché stava parlando con un tuo amico e pareva brutto intromettersi senza nemmeno guardarlo in faccia, gli hai detto buongiorno in ascensore: eppure lui ha fatto la Scuola di Alto Spionaggio al KGB e ti trova, tramite gli amici degli amici, tramite il posto di lavoro che ha dedotto da una conversazione che stavi avendo con altre persone, tramite il like alla pagina della band di cui portavi la maglietta (sì, ovviamente ha spulciato tutti i 2000 profili che seguono la pagina, uno per uno). Ti trova, e ti chiede l’amicizia su Facebook. Capite che già questo è parecchio inquietante.

A questo punto, se la ragazza in questione accetta l’amicizia (come di solito capita, per non sembrare maleducata, e perché non immagina cosa la aspetta), il Mipiacione parte all’attacco: comincia a mettere Mi Piace a qualunque stato, foto, link della povera vittima, ogni tanto mette un commento secondo lui simpatico (in genere l’adesivo col faccione che ride) e, quando secondo lui la preda è matura (in realtà lei è arrivata al punto che ogni volta che riceve una notifica da lui alza gli occhi al cielo), parte con l’artiglieria pesante: il Messaggio in Chattina.

Il Messaggio in Chattina può essere diretto (“Come sei carina”) ma più spesso si colloca all’interno dell’avvicinamento a spirale iniziato con i Mi Piace: butta lì una frase da conversazione spicciola e spera che lei abbocchi. Ragazze, datemi retta: non rispondete per paura di sembrare antipatiche, fighe di legno, o una qualsiasi delle altre brutte definizioni che gli uomini hanno inventato per definire le donne che non fanno quello che vogliono loro: l’unico modo di salvarsi è non rispondere, quindi ricordate che il silenzio è d’oro, che un bel tacer non fu mai scritto, che meglio stare zitti e lasciare il dubbio di essere sciocchi che aprir bocca etc. etc., e ignoratelo.

La sfiga ci vede benissimo

sfiga

Mio padre dice “anno bisesto, anno funesto”.
Io non sono superstiziosa ma questo 2016 in effetti non promette bene.
E’ cominciato da meno di 50 giorni e, nell’ordine:

  • Mi hanno tamponato la macchina, a soli 6 mesi di distanza dall’ultima volta.
  • E’ morto David Bowie.
  • Mi si è imballato il telefono e, come risultato dei miei sapienti sforzi per ripararlo, ho perso tutta la rubrica, incluso il numero del ragazzo che mi piace ma non mi scrive mai, che quindi a questo punto non rivedrò mai più.
  • Ho incontrato l’ennesimo imbecille, ma non sto nemmeno a raccontarvi se no sembra sempre lo stesso post.
  • E’ morto Umberto Eco.

Passiamo direttamente al 2017?