Fenomenologia dei taxi cinesi

taxi

– I taxi cinesi fanno il cambio turno in orari fissi, questo significa che in certi orari è impossibile trovare un taxi; se ne trovi uno libero si rifiuterà di caricarti perché sta tornando a casa. Il problema è che, da come si comportano, ho dedotto che qui il cambio turno dura dalle 18:30 alle 21:30.

– I tassisti cinesi hanno due grossi difetti: hanno sempre caldo, quindi tengono il finestrino abbassato anche a gennaio, e sono grandi consumatori di aglio, spesso riducendo il taxi a una versione concentrata degli autobus torinesi nei lunedì invernali post-bagnacauda. Per lo meno queste due cose sono alternative, perché il finestrino aperto fa uscire la puzza di aglio; in estate, invece, puoi avere il terribile combo puzza di aglio + aria condizionata a palla che porta la temperatura a 5 gradi Celsius.

– Il tassista cinese non sa l’inglese, nemmeno abbastanza per chiederti “Where?”. Questo porta al triste spettacolo di stranieri, disperati per l’impossibilità di comunicare, che si frugano nelle tasche estraendo innumerevoli bigliettini scritti da pietosi concierge o conoscenti del luogo. La parte più difficile è capire cosa c’è scritto su ogni singolo pizzino, quando cominci ad averne un po’. E nessuno potrà togliermi dalla testa l’idea che qualche cinese spiritoso ci scriva sopra “Sono uno stupido straniero che non sa il cinese, portami a…”

– Ad aggravare il punto precedente c’è il fatto che ogni grande città ha quattro stazioni, come il Monopoli (Nord, Sud, Ovest, Est), più una centrale. Puoi anche fargli vedere il biglietto, ma il tassista continuerà ad avere dubbi sul dove portarti. Spesso si vedono passeggeri che accendono ceri o incenso (a seconda della religione) per essere portati alla stazione giusta. L’extrema ratio è accontentarsi di una stazione qualunque e fare il biglietto lì, sperando che da quella stazione parta un treno per la città che ti interessa; alcuni addirittura si rassegnano ad andare in un’altra città rispetto a quella prevista. Ad ogni modo, se raccogli i biglietti delle quattro stazioni puoi provare a scambiarli con Parco della Vittoria.

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Della Cina, che per tutelare la vostra salute mentale vi libera di Pontomedusa per un po’

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Nelle prossime settimane sarò in Cina, dove hanno qualche problema con i blog: essendo un paese molto più civile del nostro, non sopportano che qualunque scemo (tipo la sottoscritta) pubblichi qualunque cosa gli passi per la testa, a detrimento delle intelligenze altrui.

Mi sto organizzando per una vita da fiero fuorilegge (come Capitan Harlock) ma non sono sicura che avrò successo, quindi è possibile che il blog rimanga fermo per un po’.

Comunque scriverò, e al mio ritorno pubblicherò quello che ho prodotto durante il mio soggiorno orientale; non c’è bisogno che beviate la candeggina, OK? Tranquilli. (Se state per dire che la candeggina la volete bere adesso che sapete che tornerò, siete brutti e cattivi e vi odio. Capito, Ingegner Lammerda?)

Di palla avvelenata, giochi cooperativi e Apocalisse Zombie

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Ai nostri tempi (lo so, l’uso di questa espressione fa sembrare automaticamente più vecchi di almeno quindici anni) giocavamo a palla avvelenata: tiravamo contro il nemico certe pallonate che Holly Hutton a confronto sembrava Hilary (quella del cartone animato sulla ginnastica ritmica), facevano più danni di una granata e, nei casi di maggiore successo, potevano causare lesioni abbastanza gravi da richiedere un certo numero di punti di sutura.

Com’è noto, questo ci ha trasformato in sanguinari mostri affamati di carne umana. La pedagogia nel frattempo si è evoluta, e accorre in soccorso della generazione prossima ventura tramite i giochi cooperativi.

Si tratta di giochi in cui non si gioca uno contro l’altro, ma tutti insieme: praticamente giochi a squadre cui partecipa una squadra sola. Un esempio l’ho trovato oggi, è il gioco dei Tre Porcellini: ogni giocatore è un porcellino e tutti insieme devono costruire la casetta di mattoni prima che il lupo se li mangi.

Sorgono delle domande sul funzionamento del gioco: chi fa il lupo? Mi auguro nessuno, cioè che a turno ogni giocatore tiri il dado per il lupo e poi per sé: perché se invece è previsto che qualcuno faccia il lupo tutta ‘sta psicologia va a farsi benedire. Tutti giocano uniti tranne uno, il più stronzo di tutti, un paria praticamente! No, dai, non può essere così.

Ad ogni modo, in questo genere di giochi è chiaramente e intenzionalmente bandita la competizione. Infatti, è noto che nella vita reale e in natura la competizione non esiste: nelle gare sportive il più veloce si ferma facendo finta di allacciarsi una scarpa per aspettare gli altri, che così non ci rimangono male; le aziende assumono tutti i candidati per non offendere nessuno; quando il leone acchiappa una gazzella, le altre vanno a offrirsi al suo posto e alla fine il leone, commosso, le lascia andare tutte e fa un salto al Burger King.

Darwin sosteneva che l’evoluzione fosse il risultato della competizione tra specie, ma Darwin era un protocomunista senzadio e noi giustamente lo schifiamo, essendo grandi sostenitori del creazionismo.

Noi abbiamo sbagliato tutto, ma ora i giochi cooperativi ci indicano la via della luce. Ho solo una perplessità: cosa faranno questi giovani virgulti, cresciuti a giochi cooperativi, in caso di Apocalisse Zombie? Secondo me, l’umanità è spacciata: l’unica speranza sono i poveri stronzi che da bambini si trovavano costretti a fare il lupo.

Genio e smemoratezza

By Kurisquare via DeviantArt

Io non mi ricordo mai niente. Sono giunta alla conclusione che ho solo due neuroni e spesso si dimenticano di fare la sinapsi (non per niente, sono i miei).

Vado in una stanza per fare qualcosa e, quando ci arrivo, non mi ricordo più cosa devo fare (lo so che state pensando che succede a tutti, ma casa mia è 30 metri quadri).

Mentre sto facendo una cosa mi viene in mente che ne devo fare un’altra, penso “la faccio appena finisco questa”, e invece appena termino la prima cosa mi sono già dimenticata di dover fare alcunché.

Cerco di consolarmi dicendomi che è perché sono troppo impegnata a riflettere sui massimi sistemi per preoccuparmi delle cure terrene.

Posso anche credere che sia così, ma è un dato di fatto che finché non istituiscono un assegno di accompagnamento per genii (così paghiamo la badante che ci ricorda che dobbiamo lavarci i denti) io ho dei grossi problemi nella vita quotidiana.

Fenomenologia del supermercato

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– Se dovete andare al supermercato, vi dimenticherete di prendere la lista della spesa, oppure la prenderete e poi nel momento del bisogno non la troverete (la maledetta salterà fuori una volta tornati a casa, ovviamente). Io una volta sono riuscita a perderla direttamente dentro il supermercato mentre stavo facendo la spesa.

– Capita spesso di incrociare uomini con il cellulare attaccato all’orecchio mentre si aggirano tra le corsie. Non sono impegnatissimi businessmen rampanti che lavorano 24 ore su 24 con varie sedi estere sfruttando il fuso orario; sono mariti mandati dalle mogli a fare la spesa. Se vi fermate ad ascoltare (lo so, non sta bene, ma noi lo facciamo per amore della ricerca), scoprirete che la conversazione verte su: “Non trovo i pelati, qui c’è scritto passata, è la stessa cosa? Va bene lo stesso?”

– Se avete fretta, davanti allo scaffale del prodotto che vi serve troverete qualcuno impegnato a leggere ogni etichetta di ogni barattolo di ogni marca presente. Controlla tutto: le informazioni nutrizionali, gli ingredienti, l’indirizzo dello stabilimento, e se non trova tutti i dati che cerca chiama direttamente il numero verde del Servizio Clienti e comincia a interrogare senza pietà il povero addetto del call centre, ovviamente senza schiodarsi dalla sua postazione che vi blocca l’accesso al tanto agognato barattolo. Tra l’altro, spesso quel qualcuno sono io.

– Al momento di pagare, vi troverete davanti una sterminata distesa di casse, almeno venti, ma solo due saranno aperte. Se per caso ne vedete una un po’ isolata, senza persone in coda, inutile precipitarsi; una volta davanti, la cassiera vi direbbe “Sto chiudendo”, e nel frattempo la coda alle altre casse disponibili sarebbe raddoppiata. Sì, nei cinquanta secondi necessari ad andare alla cassa vuota e tornare indietro. Gli scienziati stanno ancora cercando di dare una spiegazione a questo fenomeno, ma hanno ipotizzato un ruolo della luna, come nelle maree.

– Se pensando di sbrigarvi scegliete una cassa automatica, troverete davanti qualcuno che non capisce, aspetta la cassiera, chiede allo schermo se il buono sconto è ancora valido e si stupisce di non ottenere risposta, passa due volte un articolo e poi non sa come annullare, alla fine decide di sedersi davanti alla macchina malefica e lasciarsi morire. E voi sempre dietro ad aspettare.

– Nel parcheggio, dovrete dribblare i carrelli che cercheranno di tamponarvi o che usciranno dal nulla passandovi dietro proprio mentre state cominciando la retromarcia. Non è colpa della persona che guida il carrello, in realtà il carrello ha una personalità propria, ed è una personalità malvagia.

Commenti sulle mie opere

Very, very dark. […] You did a great job. (Felrain su Shonen A)

Non so come dirti che questa storia è fantastica. […] Scrivi in modo impeccabile. (SignoraKing su Shonen A)

Scrivi molto bene…pulito, scorrevole, per nulla complicato. Complimentissimi. (BlueSapphire su Acque Chete)

Minchia che noia sto blog! (Ingegner Lammerda su Pontomedusascrittrice)

Di artisti ed amianto

shonen A

Ieri avevo appena finito di scrivere Shonen A e mi sentivo un po’ così. Entrare nella testa di un serial killer per qualche ora è stata un’esperienza che mi ha lasciata abbastanza svuotata e un po’ depressa, e ho smesso di invidiare chi lo fa per mestiere.

Più o meno nello stesso momento, ho saputo che Philip Seymour Hoffman era morto di overdose. Fra i commenti che ho letto in giro, i più comuni erano sul genere “Aveva moglie, figli, un lavoro da sogno, e allora perché si drogava?”

Il fatto è che un artista, attore, scrittore, musicista, se non si dedica proprio a Peppa Pig, ma decide di toccare tematiche più controverse, si trova a dover fare un lavoro su se stesso e scavare certe parti di sé che preferirebbe ignorare.

Sono come l’amianto, che finché se ne sta ben chiuso tra strati di cemento non fa danno; ma appena lo squieti, cominci a lavorarci intorno, inizia a rilasciare particelle potenzialmente letali.